Testi di sala

Biografia di Jim Dine, Palazzo delle Esposizioni, Roma 2020, foto Paolo Darra © Azienda Speciale Palaexpo

Introduzione alla mostra

La mostra antologica dedicata a Jim Dine rinnova l’attenzione del Palazzo delle Esposizioni verso le grandi figure della cultura visiva contemporanea. Ha le sue ragioni nell’inossidabile energia creativa dell’autore e nel suo essere stato, nei primi anni Sessanta, l’artista americano al quale l’arte italiana ha guardato con maggiore interesse.
Ideatore degli happening insieme a un ristretto gruppo di amici e sodali, Dine è soprattutto il poderoso innovatore della pittura che, sin dai suoi inizi, coniuga agli oggetti veri, quelli d’uso quotidiano, ricavandone immagini nuove e stranianti.
 
Amante della cultura mediterranea, la sua voce è quella ruggente e dotta che Elio Vittorini vide espressa nella letteratura americana. È un autore difficilmente classificabile, che non si è mai riconosciuto negli schemi imposti dalla critica o dal mercato. Annoverato tra i principali interpreti della Pop Art, ha preso le distanze da questo fenomeno banalizzato dalla cultura di massa. Di contro, ha rivendicato il suo individuale punto di vista sapendolo sempre coniare nei termini di una comunicazione rivolta agli altri. A rendere oggi attuale il suo lavoro è anche questa sua capacità di mettere in relazione la dimensione strettamente personale con quella collettiva, attitudine con la quale, negli anni del suo esordio, Dine contribuì in maniera significativa a definire la coscienza di una nuova soggettività.
 
Il percorso espositivo è cronologico, così pensato per lasciare a vista sequenze, sorprese e ossessioni nello stesso modo in cui si sono manifestate, sino ad ora, nella biografia dell’artista. L’ordine storico-temporale è finalizzato anche a non scalfire il senso di orientamento dei visitatori e delle visitatrici che, di volta in volta, possono associare agli insiemi di epoche diverse i loro ricordi o il loro sapere.
 
All’inizio della Sala 1 si trova la consueta nota biografica, accompagnata da alcune immagini fotografiche e da approfondimenti, che può essere acquisita con il codice QR e che contiene anche informazioni salienti relative alle opere in mostra.
 
I primi lavori esposti sono piccole teste del 1959, per lo più autoritratti, realizzate dall’artista appena ventenne. All’altra estremità della rotonda, nella Sala 6, il percorso cronologico termina ugualmente con degli autoritratti a suggello dell’importanza riposta dall’autore in questo soggetto.
 
Sempre nella Sala 1 la mostra prosegue con un focus dedicato agli happening frutto di una ricerca capillare che ha permesso di riunire per la prima volta tutte le immagini scattate dai principali testimoni dell’avanguardia newyorkese. Le foto scorrono in loop su dei monitor accompagnate dalla voce dello stesso Jim Dine che ha raccolto per questa occasione i ricordi sulla sua breve, ma seminale stagione di performer.
 
L’incondizionata dedizione riservata da Jim Dine alla pittura si impone nelle due sale successive costellate dalle immagini nuove e mordenti dei quadri realizzati tra il 1960 e il 1964, divenute tra le icone più celebri del periodo. Nella Sala 2 si trovano i dipinti con i capi d’abbigliamento o con gli utensili, talvolta accompagnati dalla presenza emblematica dei loro nomi scritti. Nella Sala 3 sono esposti i quadri con gli strumenti riconducibili all’attività del pittore e le opere, capolavori riconosciuti, nei quali l’artista ha sperimentato un’inedita spazialità, concependole come se fossero le pareti di una casa. In queste due sale sono raccolte cinque delle otto opere di Jim Dine presenti nella celebre edizione del 1964 della Biennale di Venezia.
 
La visita prosegue nelle altre sale intorno alla rotonda.
 
Nella Sala 4 l’area centrale è destinata alla scultura cui l’artista si dedicò, in modo esclusivo, tra il 1965 e il 1966, mentre alle pareti altre opere risalenti alla seconda metà degli anni Sessanta suggeriscono il diramarsi della ricerca in direzioni diverse e le invenzioni maturate nei frequenti e felici soggiorni londinesi.
 
La Sala 5 raccoglie le prime opere nelle quali compare l’immagine del cuore, assunto da Jim Dine come una sorta di suo emblema araldico.
 
Nella Sala 6 a prevalere è il rapporto con le culture antiche coltivato soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Il legame con il passato è reso stringente dalla presenza, in questa stessa sala, degli autoritratti recenti che chiudono il percorso strettamente cronologico della mostra.
 
Questa prosegue nella Sala 7 con opere di epoche diverse, accomunate dalla presenza di una vasta gamma di colori e, nel loro insieme, testimonianza, seppure estremamente parziale, delle differenti attitudini e tecniche attraverso le quali si è incessantemente mosso l’artista.
Alle pareti, una raccolta di incisioni dedicate al tema del cuore e datate dal 1970 al 2018, testimonia i diversi stadi della pittura di Jim Dine oltre alla dedizione con la quale l’artista da sempre si cimenta nelle diverse tecniche di stampa.
 
La mostra termina nella Sala 8 con una folla di Pinocchio, le sculture recenti (2004-2013) ispirate al personaggio di Collodi, incarnazione dell’antica metamorfosi della materia inanimata che prende vita. Per queste figure l’artista ha ideato un ambiente realmente immersivo, che abbatte le gerarchie tra autore, opere e destinatari, suggellando l’idea di un soggetto personale e al tempo stesso collettivo.
 
La mostra è curata da Daniela Lancioni, curatrice senior dell’Azienda Speciale Palaexpo.
 
Ringraziamo profondamente Jim Dine per la partecipazione attiva nella definizione di ogni diversa tappa del progetto e il Centre Pompidou e il Musée national d’art moderne di Parigi per il generoso prestito delle opere recentemente ricevute in dono dall’artista.
 
 


 

Biografia di Jim Dine

a cura di Paola Bonani
 
 

1935

Jim Dine nasce il 16 giugno a Cincinnati (Ohio) da Stanley Dine ed Eunice Cohen. I nonni paterni erano arrivati negli Stati Uniti dalla Lituania, il nonno e la nonna materni dalla Polonia e dall’Ungheria.
Durante l’infanzia passa molto tempo nel negozio di ferramenta di proprietà del nonno Morris Cohen a Cincinnati e in quello del padre a Covington.

 

1946

A undici anni frequenta il suo primo corso d’arte presso il museo civico di Cincinnati.

 

1947

Muore la madre.
In autunno inizia a frequentare il liceo Walnut Hills di Cincinnati.

 

1950

Si trasferisce a vivere con i suoi nonni materni, cominciando allora a dipingere nel seminterrato della loro casa.

“Stavo sempre nel seminterrato, ad armeggiare con i vecchi secchi di colore, usavo la vecchia pittura e anche solo girarla mi eccitava! […] Ogni tanto dipingevo direttamente sul muro del seminterrato, o sulla macchina che mescolava il colore, o facevo delle costruzioni. Non conoscevo la parola ‘collage’. Facevo costruzioni”.

 

1953

Si diploma al liceo e nello stesso anno segue i corsi di pittura presso l’Accademia d’Arte di Cincinnati tenuti dal pittore Paul Chidlaw.
S’iscrive al College of Applied Arts dell’Università di Cincinnati e frequenta con assiduità il museo civico, dove s’interessa soprattutto alla pittura di alcuni artisti locali come Frank Duveneck e John H. Twachtman, e alle nature morte e trompe-l’œil di William Harnett e John F. Peto.

 

1955

Segue per un semestre i corsi alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, trovandoli troppo accademici. Si trasferisce allora al College of Fine Arts dell’Università dell’Ohio ad Athens. Qui, il direttore del college, Frederick Leach, lo incoraggia a studiare e copiare le opere dei maestri antichi e a praticare il disegno dal vivo.
In quel periodo inizia a leggere con regolarità riviste come “Art News”, da cui ricorda di aver imparato tutto sulle avanguardie storiche e sull’Espressionismo astratto, attraverso la lettura di testi critici di poeti come Frank O’Hara e John Ashbery.

 

1957

A giugno sposa Nancy Minto, sua collega d’università e ottiene il Bachelor of Fine Arts.

 

1958

Si trasferisce con la moglie a Patchogue (Long Island, New York) e comincia a insegnare in una scuola elementare.
In quel periodo fa avanti e indietro con New York, anche tre o quattro volte alla settimana. Incontra Claes Oldenburg, più grande di lui, che diventa il suo migliore amico e mentore. Con lui condivide l’interesse per l’Art Brut e l’opera di Jean Dubuffet, e le letture di Louis-Ferdinand Céline e di Antonin Artaud.

“[Claes Oldenburg] mi ha mostrato come dare forma al mio nascente desiderio di usare i detriti che trovavo sui marciapiedi. Claes ha condiviso con me la sua vasta collezione d’ispirazioni urbane, e io, che venivo dal sud dell’Ohio, ho preso il mio dottorato nel mondo dell’arte con C.O. [Claes Oldenburg] come
mentore. […]. Ha condiviso con me le esperienze della sua vita a Chicago e a Yale e poi di nuovo a Chicago, e quelle come giovane cronista al Chicago Tribune. La mia adolescenza vissuta in un negozio di ferramenta non poteva avermi preparato abbastanza per parlare con lui. Ascoltavo e bevevamo molta birra e io desideravo fortemente di riuscire dopo a realizzare il lavoro che avevo in mente. […]. È stata questa amicizia che ha permesso nel mio cervello drammatico la deflagrazione necessaria per dare inizio alle performance e alla poesia. Non avrei mai potuto essere me stesso senza Claes”.

Frequenta Lester Johnson, pittore appartenente alla seconda generazione dell’Espressionismo astratto, di cui ammira il lavoro per la sua capacità di coniugare la libertà dell’Action Painting con la presenza della figura.

Partecipa con Oldenburg e Marcus Ratliff alla trasformazione in una galleria d’arte del seminterrato della Judson Church a Washington Square nel Greenwich Village. Con il coinvolgimento di artisti come Tom Wesselmann, Allan Kaprow e Bob Whitman, la Judson Gallery sarebbe diventata, di lì a poco, il cuore delle ricerche più innovative della scena artistica newyorchese.
 
 

Judson Gallery

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta la Judson Church di New York, chiesa battista situata a Washington Square nel centro del Greenwich Village, è stata un luogo dove hanno trovato spazio alcune delle ricerche più innovative della scena artistica newyorkese. Oltre ad aver accolto ogni forma di attivismo sociale e di protesta antimilitare, di battaglia per i diritti civili e per i diritti delle donne, molti artisti come Jim Dine, Claes Oldenburg, Marc Ratliff, Allan Kaprow e Tom Wesselmann hanno trovato in quel luogo la piena libertà di sperimentare forme d’arte completamente nuove. Hanno realizzato lì alcuni dei primi environment e performance, collaudando pratiche che da quel momento in avanti si sarebbero ampiamente diffuse nel campo internazionale dell’arte.

Nel 1958 Jim Dine, insieme a Claes Oldenburg, viene coinvolto dal suo ex compagno di liceo di Cincinnati, Marcus Ratliff, nella sistemazione del seminterrato della chiesa per trasformarla in una galleria e in studi per artisti. La Judson Church era sede di una casa dello studente, dove Ratliff risiedeva, e dove avevano soggiornato negli anni personalità come Jack Kerouac, Paddy Chayevsky e Martin Luther King Jr., tra gli altri. L’iniziativa di trasformare gli ambienti sotto l’edificio in spazi aperti al pubblico era stata di Bernard (Bud) Scott, impegnato allora come ministro della chiesa e come direttore della casa dello studente. Nel progetto di Scott l’apertura della galleria avrebbe dovuto servire a integrare la chiesa nel tessuto culturale del quartiere.

L’attività della Judson Gallery s’inaugura nel febbraio 1959 con una mostra di Dine, Ratliff e Wesselmann. Dine vi espone nuovamente in una collettiva di disegni e incisioni a marzo, insieme a Red Grooms, Jay Milder, Tom Wesselmann, Max Spoerri e John Cohen. A novembre Dine e Oldenburg tengono una doppia personale.

Alla Judson Gallery Dine realizzerà, il 29 febbraio 1960, il suo primo happening, intitolato The Smiling Workman.

Dal 1961 gli spazi della galleria vengono utilizzati sempre più spesso come palcoscenico per sperimentazioni teatrali e di danza, e sempre meno per le esposizioni d’arte. Dine, che ne era stato uno dei primi promotori, smette allora di seguirne l’attività e inizia a lavorare con la galleria di Anita Reuben. Bud Scott aveva lasciato la chiesa nel 1960 ed era stato sostituito da Al Carmines, scrittore e compositore, fondatore del Judson Poets Theater.

Dal 1962 al 1964 la Judson Church diventa la sede principale degli spettacoli del collettivo del Judson Dance Theater, ospitando le performance di ballerini come Trisha Brown, Deborah Hay, Steve Paxton, Yvonne Rainer, artisti come Robert Morris, Robert Rauschenberg, Carolee Schneemann, registi come Gene Friedman e Elaine Summers, e molti altri, tutte figure che avrebbero radicalmente rivoluzionato il panorama della danza e delle ricerche artistiche contemporanee.

La Judson Memorial Church collabora ancora oggi con molti artisti. La documentazione dell’importante attività che ha riguardato questo spazio e molti degli artisti che vi hanno lavorato è oggi documentata in un ricco archivio, donato nel 2000 alla Fales Library della New York University e in gran parte digitalizzato

 

1959

A febbraio viene inaugurata la Judson Gallery con una mostra di Dine, Ratliff e Wesselmann. Dine e Oldenburg vi tengono una doppia personale a novembre.

Il 10 maggio nasce Jeremiah, il suo primo figlio.

Durante un soggiorno estivo in Kentucky inizia a realizzare un’ampia serie di disegni raffiguranti volti e facce, come Head e Small Head. “Disegnavo facce tutti i giorni [..]. Erano facce generiche ed erano me” ricorda. Durante l’estate ha due incidenti automobilistici, a questa esperienza sono legati alcuni disegni di quell’anno come Crash Pastel #1 e Crash Pastel #2.

In autunno, rientrato a New York, comincia a girare la città di notte insieme a Oldenburg raccogliendo oggetti abbandonati per strada e nella spazzatura con cui realizza diversi assemblage.

A ottobre partecipa con Sam Francis, Red Grooms, Dick Higgins, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Lucas Samaras, George Segal e Robert Whitman alla rassegna 18 Happenings in 6 Parts di Allan Kaprow organizzata alla Reuben Gallery, evento che decreta l’avvio di una significativa stagione di ricerche sperimentali tra arte e azione.

“Quando arrivai a New York, Allan Kaprow mi impressionò molto – mi influenzò. Kaprow sosteneva una visione dell’arte come processo in continuo cambiamento. […] sosteneva che l’arte che non era nuova, non valeva nulla. Bisognava andare avanti. La pittura era morta; Jackson Pollock aveva ucciso la pittura ballando intorno alla tela e usando pietre e altri elementi estranei nelle sue opere – pezzi di vetro e altre cose che trovava. Kaprow ha scritto un articolo su ‘Art News’ a proposito di questo. S’intitolava ‘L’eredità di Jackson Pollock’, credo. L’eredità eravamo noi. L’eredità erano gli eventi visivi – ballare intorno alla tela e usare la spazzatura – ma senza la tela. Questi erano gli happening”.

Il 2 dicembre 1959 partecipa con Kaprow, Ratliff, Oldenburg e Johnson a un dibattito sul tema New Uses of the Human Image in Painting (Nuovi usi dell’immagine dell’uomo in pittura) organizzato alla Judson Gallery. L’incontro è occasione per una riflessione pubblica sulle possibilità e modalità di utilizzo della figura umana nell’arte contemporanea, in contrapposizione alle diverse declinazioni dell’arte astratta che avevano caratterizzato le ricerche artistiche dell’immediato dopoguerra.

 

1960

Con gli oggetti raccolti in giro per la città Dine realizza l’istallazione The House, ospitata negli spazi della Judson Gallery, insieme all’installazione The Street di Oldenburg, durante la rassegna da loro curata “Ray Gun”, “un periodo di tre mesi di costruzioni sperimentali, derivate dall’arte popolare americana, dalla street art e da altre fonti informali”. Nella stessa occasione presenta il suo primo happening The Smiling Workman.

Tiene la sua prima mostra personale alla Reuben Gallery di Anita Reuben ad aprile.

Poco dopo si trasferisce a vivere con la famiglia in un appartamento al 44 East Third Street.

Nella nuova sede della Reuben Gallery, trasferitasi sotto il suo appartamento sulla Third Street, Dine presenta tre nuovi happening: a giugno Vaudeville Collage, a novembre Car Crash, ispirato agli incidenti d’auto in cui era stato coinvolto l’anno precedente, e a dicembre A Shining Bed.

Lo stesso anno espone alla mostra New Media-New Forms in Painting and Sculpture organizzata alla Martha Jackson Gallery di New York. La mostra raccoglie installazioni, assemblage e opere di junk art, termine che era stato coniato dal critico Lawrence Alloway in occasione della mostra Art of Assemblage tenutasi al MoMA di New York nel 1961, e che identificava opere composte di spazzatura e oggetti dismessi.

 

Reuben Gallery

La Reuben Gallery di New York, la cui attività si svolge in un breve giro d’anni tra il 1959 e il 1961, è stata uno degli spazi più importanti dell’avanguardia artistica americana del dopoguerra: uno dei luoghi dove ha avuto inizio la storia delle pratiche degli happening e delle performance. La galleria è aperta nel 1959 da una giovane donna di nome Anita Rubin, che avrebbe poco dopo cambiato il suo nome in Reuben per renderlo
più “ricercato”.

La Reuben Gallery si trova a raccoglie l’eredità della Hansa Gallery, una cooperativa di artisti che aveva chiuso i battenti quello stesso anno, e che era stata il primo spazio pubblico nel Greenwich Village in cui Allan Kaprow aveva realizzato i suoi happening, come Environment with Sound and Light del marzo 1958.

Interessata al lavoro di Kaprow, che conosce tramite la sorella artista Renée E. Rubin, Anita riesce a trovare un appartamento al terzo piano del numero 61 della Fourth Avenue. Lo affitta nell’estate del 1959 e a ottobre ospita la storica rassegna curata da Kaprow 18 Happenings in 6 Parts, che inaugura gli spazi della galleria, a cui partecipa anche Jim Dine. Nonostante il lavoro prevedesse l’uso di un set costruito per l’occasione,
elementi visivi, suoni, luci, odori, letture di poesie e musica, si trattava di un evento radicalmente diverso da uno spettacolo teatrale, perché totalmente privo di una narrazione decifrabile, di una sceneggiatura e di
dialoghi prestabiliti.

Alla rassegna seguono nella galleria mostre di George Brecht, Lucas Samaras e Robert Whitman. E due collettive intitolate Below Zero e Painting. Jim Dine vi tiene la sua prima mostra personale nell’aprile del 1960. Subito dopo, su consiglio proprio di Dine, Anita Reuben sposta la sede della galleria al 44 East 3rd Street, nello spesso palazzo dove Dine si era appena trasferito a vivere con la famiglia. Lì Dine realizza tre nuovi happening: a giugno Vaudeville Collage, a novembre Car Crash e a dicembre A Shining Bed.

Il riconoscimento dell’importanza dell’attività della Reuben è stato immediato, tanto che, già nel 1965 a pochi anni dalla chiusura della galleria, il Guggenheim Museum di New York dedica agli artisti che avevano collaborato con lei una grande mostra intitolata Eleven from the Reuben Gallery.

 

1961

A gennaio presenta alla Judson Gallery l’ambiente Rainbow Thoughts: una stanza con le pareti dipinte completamente di pittura industriale nera, al cui interno un piccolo arcobaleno è illuminato a intermittenza da una lampadina appesa al soffitto.

Partecipa a un’altra occasione centrale per l’affermazione delle ricerche performative e ambientali, l’esposizione Environments – Situations – Spaces, alla Martha Jackson Gallery di New York. Dine presenta il lavoro Spring Cabinet, insieme agli interventi di George Brecht (Iced Dice), Walter Gaudnek (Unlimited Dimensions), Allan Kaprow (The Yard), Claes Oldenberg (The Store) e Robert Whitman (Untitled).

In Spring Cabinet il pubblico avrebbe dovuto assistere alla creazione di un dipinto attraverso la colatura della pittura da alcuni secchi sospesi sopra una tela distesa per terra, mentre dei ventilatori erano in azione. Dine dovette realizzare prima il dripping sulla tela evitando che l’azione dei ventilatori esponesse i visitatori al rischio di macchiarsi di pittura.

Interrompe quell’anno la realizzazione degli happening, in polemica con la progressiva banalizzazione che a suo parere stavano assumendo queste azioni con la loro ampia diffusione. Nel 1962 scrive a un amico:

“Ho cominciato a vedere una crescente accettazione di qualunque cosa si facesse e un generalizzato desiderio nervoso che il pubblico ridesse di qualunque cosa, come se fosse una serata del divertimento di avanguardia. […] Le mie pieces erano troppo legate concettualmente ai miei dipinti, così che il loro presentarsi immediatamente, senza un principio e senza una fine, metteva le persone a disagio. […]. Essendo io un pittore e vedendo questa parte del mio mondo minacciata dal bisogno di maggior teatralità, mi ritirai nella pittura. Kaprow e Whitman continuarono ad annacquare quello che facevano fino al puro shock e a movimenti di danza insignificanti, non potendo cominciare a dipingere”.

Torna a dedicarsi completamente alla pittura e si concentra su alcuni temi e soggetti che in forme diverse compariranno costantemente nei suoi lavori, come il corpo (Teeth, Hair e Blond Hair), i vestiti (Shoe, Red Suspenders, Big Black Tie), gli strumenti da lavoro (Window with an Axe) e le color chart, le mazzette di colori per pittori (A Universal Color Chart).

Molte di queste opere sono realizzate con veri e propri oggetti, tratti dalla vita di tutti i giorni, fissati sulle tele. “Vivevo in un’epoca in cui io e i miei compagni di strada non trovavamo niente di inusuale nell’utilizzare gli oggetti quotidiani al posto della pittura. Alcuni di loro hanno glorificato questi oggetti in un esercizio di gigantismo. Io li ho usati come metafore e ricettacoli per i miei pensieri e sentimenti più reconditi”.

Gli strumenti da lavoro, gli attrezzi trovati nei negozi di ferramenta, simili a quelli con cui tante volte aveva giocato nel negozio del nonno e del padre durante l’adolescenza, insieme ai vestiti della moglie e altri abiti sono fissati sulle tele, molto spesso isolati e in una posizione centrale, e ricoperti alla fine da uno strato spesso di pittura. L’incontro tra il colore puro e l’oggetto crea composizioni quasi completamente monocrome dalla forte qualità sia pittorica sia plastica.

In alcuni lavori, come Shoe, l’oggetto è inoltre rappresentato attraverso tre diversi linguaggi: è disegnato, è dipinto e nominato per iscritto. L’apparente evidenza dell’oggetto, che si mostra allo sguardo attraverso tre diversi livelli, il disegno, la pittura e la scrittura, svela la varietà di approcci possibili alla realtà e la complessità semantica dei diversi linguaggi con cui è possibile rappresentarla.

«Al posto di percepire la ridondanza della parola o dell’immagine, si è messi di fronte alla differenza che esiste tra immagine e parola, anche quando sono in apparente accordo. L’immagine è lì; la parola la descrive, ma è alla fine difficile afferrare la dimensione visiva e quella verbale insieme. Mentre i Surrealisti hanno cercato il mistero, Dine ha dimostrato con calma che è inevitabile» (L. Alloway 1961)

Il 17 agosto nasce Mattew, il secondo figlio.
 
 

Sidney Janis

Sidney Janis (1896-1989) è stato uno dei maggiori galleristi americani del Secondo dopoguerra.

Prima di aprire la sua galleria Janis è stato imprenditore e collezionista. Nel 1926, stabilitosi negli Stati Uniti, avvia una fortunata attività nel campo dell’abbigliamento. Inizia allora a fare molti viaggi in Europa con la moglie, la scrittrice Harriet Grossman, anche lei appassionata d’arte. Frequenta soprattutto Parigi, dove visita musei e gallerie, e dove comincia a raccogliere capolavori per la sua collezione personale. La prima opera che compra è un’incisione di Whistler, subito dopo acquista opere di Henri Matisse, Pablo Picasso, Henri Rousseau, Giorgio De Chirico e Salvador Dalí.

Nel 1934 entra a far parte, con Alfred Barr e Meyer Shapiro, del Advisory Board del Museum of Modern Art e presta al museo una ventina di quadri della sua collezione tra cui diversi Mondrian e alcuni dipinti di Picasso. Nel 1939 chiude la sua azienda di abbigliamento per dedicarsi completamente al suo lavoro nel campo dell’arte.

Decide presto di aprire una propria galleria e nel 1948 inaugura la Sidney Janis Gallery al 15 East 57th Street a Manhattan con una mostra dedicata a Fernand Léger, a cui seguono diverse esposizioni sui grandi protagonisti e i movimenti artistici dell’inizio del secolo, tra cui Piet Mondrian (1949 e 1951), i fauves (1950), Brancusi e Duchamp (1951), Henri Rousseau (1951) e Dada (1953).

Grazie alle sue conoscenze personali come collezionista, Janis è tra i primi a seguire gli artisti dell’Espressionismo astratto. Rappresenta, tra gli altri, Josef Albers, William Baziotes, Arshile Gorky, Adolph Gottlieb, Philip Guston, Franz Kline, oltre a Willem de Kooning, Robert Motherwell e Mark Rothko. Nel 1952 organizza le prime tre mostre personali di Jackson Pollock.

Dieci anni dopo, nel 1962, cogliendo un nuovo radicale cambiamento in atto, Janis ospita nella sua galleria la storica mostra New Realists, cui viene invitato anche Dine. Ideata da Pierre Restany la mostra raccoglie il gruppo dei nouveaux réalistes francesi, la generazione di artisti americani che esploderà di lì a poco con la Pop Art tra cui, oltre Dine, Robert Indiana, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, James Rosenquist, George Segal, Wayne Thiebaud, Andy Warhol e Tom Wesselmann, e diversi giovani europei come Enrico Baj, Gianfranco Baruchello, Peter Blake, Öyvind Fahlström, Tano Festa, John Latham, Peter Phillips, Mario Schifano e Per Olof Ultvedt. Tutte personalità il cui lavoro stava radicalmente ridefinendo in quegli anni il rapporto tra arte e vita reale. La sua galleria si rivela nuovamente in quell’occasione uno dei luoghi centrali dell’avanguardia artistica newyorkese. Come mercante Janis ha continuato a interessarsi soprattutto di Cubismo e di avanguardie storiche europee. Molte delle opere cubiste che sono entrate a far parte delle collezioni americane negli anni Cinquanta, e che oggi sono conservate nelle istituzioni pubbliche d’oltreoceano, sono state vendute tramite la sua galleria.

Dopo la sua scomparsa, all’età di 93 anni, la galleria ha continuato la sua attività diretta dal figlio Carroll e dal nipote David Janis.

 

1962

Tiene una personale alla Martha Jackson Gallery di New York presentata da Lawrence Alloway, il critico inglese che alla fine degli anni Cinquanta aveva coniato il termine di Pop Art e avviato le prime ricognizioni critiche sul rapporto tra arte e mass media.

Stringe amicizia con Jasper Johns. Johns e Robert Rauschenberg portano per la prima volta nel suo studio la gallerista Ileana Sonnabend, con cui Dine avvia allora una collaborazione che durerà circa quattordici anni.

Realizza le sue prime litografie con Tatyana Grosman, stampatrice ed editrice russa, residente negli Stati Uniti, che aveva fondato nel 1957 a New York la U.L.A.E. (Universal Limited Art Editions).

A Milano la Galleria dell’Ariete di Beatrice Monti ospita a ottobre la sua prima mostra personale in Italia. Il catalogo è accompagnato dalla presentazione del poeta e critico d’arte francese Alain Jouffroy.

Jouffroy lo invita a esporre a Parigi nella mostra Collages et Objets, da lui organizzata con Robert Lebel a ottobre alla Galerie du Cercle. Accanto a una sezione storica, con opere di Hans Arp, Joseph Cornell, Marcel Duchamp, Max Ernst, Francis Picabia, Pablo Picasso, Kurt Schwitters, la mostra unisce artisti europei legati al movimento del nouveau réalisme e artisti americani, che realizzano opere d’arte prelevando oggetti e frammenti dalla realtà quotidiana. Un confronto analogo avviene poco dopo a New York nella galleria di Sidney Janis con la mostra New Realists, a cui anche Dine prende parte.

 

1963

A febbraio tiene la sua prima personale alla Sidney Janis Gallery, dove presenta un gruppo di opere, tra cui Four Rooms, tutte legate al tema degli spazi domestici. Espone in questa occasione per la prima volta alcune opere della serie dei Bathroom, come Small Shower #2 e Black Bathroom #2.

Queste opere hanno una dimensione ambientale completamente nuova. Oltre a unire la spazialità bidimensionale della tela con la tridimensionalità degli oggetti, in un continuo e straniante passaggio tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua presenza reale, rinviano in maniera più esplicita, anche con le loro più grandi dimensioni, agli ambienti casalinghi, uno studio, un salotto, un bagno, dove si svolge la vita quotidiana.

Partecipa all’esposizione Six Painters and the Object organizzata a marzo al Solomon R. Guggenheim Museum di New York da Lawrence Alloway, insieme a Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, James Rosenquist e Andy Warhol. La mostra e il catalogo pubblicato per l’occasione furono un episodio centrale per la diffusione e conoscenza della Pop Art.

Conosce Alan R. Solomon, che lo invita a partecipare all’esposizione Black and White al Jewish Museum di New York. Quell’anno espone per la prima volta con una personale alla Galerie Ileana Sonnabend di Parigi.

Riprende e sviluppa il tema della tavolozza e realizza, tra le altre, Two Palettes in Black with Stovepipe (The Dream).

Le tavolozze e le “mazzette” che si usano per la scelta dei colori (color chart), insieme alle spatole, i pennelli, i barattoli di colore, che si trovano in molte opere, fanno diretto riferimento alle tecniche e al mestiere del pittore e alla sua abituale frequentazione degli scaffali dei negozi di vernici o di articoli per le belle arti.
 

Ileana Sonnabend

Ileana Sonnabend (1914-2007) è stata una delle grandi protagoniste della scena dell’arte della seconda metà del Novecento. La sua storia di collezionista e di gallerista ha inizio alla metà degli anni Trenta, quando si trasferisce a vivere a Parigi con il primo marito, Leo Castelli. Con l’aiuto finanziario del padre di Ileana, un ricco industriale rumeno, Castelli apre a Parigi nel 1939 la sua prima galleria in collaborazione con il mercante René Drouin.

Trasferitasi negli Stati Uniti allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Ileana comincia a raccogliere opere di Arshile Gorky, Willem de Kooning, Jackson Pollock, Jasper Johns e Robert Rauschenberg per la sua collezione privata, mentre il marito organizza mostre di questi stessi artisti nella galleria che apre a New York nel 1957 sulla Settantasettesima strada.

Nel 1962, dopo aver divorziato da Castelli ed essere ritornata in Europa con il nuovo marito, Michael Sonnabend, Ileana apre una sua galleria al numero 37 del Quai des Grands-Augustins in riva alla Senna, con l’intenzione di promuovere i giovani artisti americani, che facevano allora ancora fatica ad affermarsi in Francia e in Europa. La galleria s’inaugura il 15 novembre 1962 con una mostra di Jasper Johns. Nel 1963 organizza la prima mostra personale di Jim Dine a Parigi.

La galleria diviene subito uno dei principali luoghi di diffusione dell’arte americana in Europa. Con la sua collaborazione vengono organizzate mostre in diverse istituzioni pubbliche, occasioni fondamentali per la diffusione soprattutto della Pop Art in quegli anni, come ad esempio nel 1963 la mostra The Popular Image all’Institute of Contemporary Art di Londra.

La Sonnabend è stata vicina a grandi collezionisti come Peter Ludwig, Roger Matthys e il conte Panza di Biumo, e ha collaborato con critici, direttori di musei e galleristi, tra cui Harald Szeeman, Pontus Hulten e Gian Enzo Sperone. A Roma aveva avviato un intenso dialogo con Plinio De Martiis, per un progetto di collaborazione con la Galleria La Tartaruga, che tuttavia non si concretizzò.

Nel 1966 la galleria parigina viene spostata in uno spazio più grande, al numero 12 di Rue Mazarin, dove rimase fino al 1980, anno della sua chiusura.

Alla fine degli anni Sessanta Ileana decide di ritornare negli Stati Uniti e nel 1970 apre la sede newyorkese della galleria in Madison Avenue, trasferita nel 1971 al 420 West Broadway a Soho. Fondamentale sarà il nuovo contributo che le mostre organizzate in queste sedi daranno per la conoscenza oltreoceano dell’arte povera e dell’arte concettuale europea di artisti come Giovanni Anselmo, Hanne Darboven, Eva Hesse, Jannis Kounellis, Gilberto Zorio e Giulio Paolini.

A partire dalla metà degli anni Ottanta l’attività della galleria viene storicizzata in una serie di mostre itineranti, prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Nel 1989 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma sarà una delle sedi che accoglie la grande mostra La Collezione Sonnabend. Dalla Pop Art in poi.

Attualmente la Sonnabend Collection Foundation, guidata da Antonio Homem, contribuisce a valorizzare la collezione e il lascito di questi due protagonisti del panorama artistico del Secondo dopoguerra.

 

1964

La sua opera viene presentata in Italia per la prima volta al grande pubblico in occasione della partecipazione dell’artista alla Biennale di Venezia del 1964, quella in cui la Pop Art dilaga sulla scena internazionale. Il suo lavoro viene subito identificato con queste ricerche, anche se Dine prenderà subito le distanze da questa etichetta, troppo legata all’immaginario della cultura di massa.

In un articolo apparso nel novembre dell’anno precedente su “Art News”, aveva dichiarato quanto fosse lontano dall’immaginario della pubblicità, dei media e qual era invece il centro del suo interesse:

“Mi interessano le immagini personali, fare quadri sul mio studio, sulla mia esperienza di pittore, sullo stesso dipingere, la scala dei colori, la tavolozza, gli stessi elementi del paesaggio reale – ma usati diversamente”.

Alla Biennale di Venezia Dine espone Shoe (1961) ai Giardini e altre sette opere a San Gregorio, seconda sede del padiglione americano: Shovel (1961), Green Shower (1962), Four Rooms (1962), White Bathroom (1962), Vise (1962), The Studio (Landscape Painting) (1963) e Hatchet with Two Palettes (State II) (1963).

Realizza l’opera Stephen Hands Path, composta con un tronco di un albero raccolto sull’omonima strada dell’East Hampton dove aveva affittato una casa per trascorrervi con la famiglia le vacanze estive. In questo lavoro compare per la prima volta l’immagine dell’accappatoio. Questo soggetto sarà una presenza costante nei suoi lavori tra il 1964-1965 e sarà poi ripreso dall’artista in molte opere realizzate tra il 1974 e il 1986. Quest’immagine diventerà una sorta di nuovo autoritratto, senza corpo e senza volto, com’erano già stati i vestiti appesi ad alcune opere della prima metà del decennio.

In autunno le prime opere con questo soggetto dipinte quell’anno, come Red Robe with Hatchet (Self-Portrait), sono presentate in occasione della sua seconda mostra personale da Sidney Janis.

“Stavo seguendo una terapia psicanalitica da due anni, forse due e mezzo. Ero concentrato su me stesso, ovviamente, e stavo cercando un modo per realizzare un autoritratto non guardando semplicemente in uno specchio. Ho pensato che ci dovesse essere un altro modo di fare un autoritratto. […]. E credo di averlo trovato, veramente. Una domenica, sul ‘New York Time Magazine’ ho visto una pubblicità di un accappatoio, ed era un accappatoio senza nessuno dentro. Sembrava come me. Sembrava la mia corporatura. Quindi ho pensato, se lo uso, posso davvero fare un autoritratto eccezionale. Ed era anche quello un oggetto trovato, si potrebbe dire”.

 

Biennale di Venezia 1964

Nel 1964 gli Stati Uniti affidarono l’organizzazione della loro partecipazione alla Biennale di Venezia ad Alan R. Solomon, storico dell’arte e critico, direttore in quegli anni del Jewish Museum di New York.

Solomon presentò due gruppi di artisti: il primo, Quattro pittori germinali, comprendeva Morris Louis, Kenneth Noland, Robert Rauschenberg e Jasper Johns, il secondo, Quattro artisti più giovani, includeva John Chamberlain, Claes Oldenburg, Jim Dine e Frank Stella. Tutti questi artisti rappresentavano, secondo Solomon, le correnti più avanzate dell’arte americana, orientata dopo i lunghi anni di trionfo dell’Espressionismo astratto da un lato verso una nuova astrazione di tipo geometrico, dall’altro verso una nuova passione per l’uso degli oggetti.

La giuria internazionale assegnò il premio come miglior artista straniero a Robert Rauschenberg. La decisione fu molto discussa. La scelta di Rauschenberg, presente in mostra con diversi combines paintings, sembrò di certo molto radicale rispetto alle altre assegnazioni fatte, come la menzione d’onore al maestro francese Roger Bissière, il premio allo scultore ungherese Zoltán Kemény e quelli come migliori artisti italiani assegnati ad Andrea Cascella e Arnaldo Pomodoro. La premiazione di Rauschenberg venne poi giudicata, soprattutto in Italia e in Francia, come il segnale di una ormai irreversibile egemonia dell’arte americana su quella europea. La decisione della giuria era stata inoltre preceduta da lunghe discussioni sulla dislocazione delle opere degli
artisti americani. La partecipazione degli Stati Uniti era articolata in due sedi, il padiglione americano ai Giardini, dove erano state presentate inizialmente solo le opere di Louis e Noland, e il palazzo dell’ex consolato americano sul Canal Grande, dov’erano in mostra il resto dei lavori. Quando circolò la notizia che gli artisti esposti fuori dalla sede ufficiale della Biennale non avrebbero potuto ricevere il premio, molti lavori furono spostati e venne costruito in fretta una sorta di porticato prospiciente il padiglione americano per fare in modo che tutti avessero almeno un’opera all’interno dei Giardini. È in questa struttura che vediamo fotografata l’opera Shoe di Jim Dine. In occasione di questa Biennale, a causa soprattutto dell’eccezionale interesse per la prima volta riservato dalla stampa non specializzata a un fenomeno culturale, l’intera presenza americana venne identificata tout court come Pop Art. Ciò accadde a dispetto dei distinguo operati dalla critica più attenta e dallo stesso Solomon il quale nel testo in catalogo deprecò la superficialità con cui il termine Pop Art si era esteso sino a comprendere opere del tutto estranee al fenomeno, tra cui quelle di Jim Dine.

 

1965

A marzo nasce Nicholas, il suo terzogenito.

Alan R. Solomon lo invita a prendere parte alla rassegna di performance che organizza a maggio con Steve Paxton nei locali di un ex studio televisivo nell’Upper West Side tra l’81 strada e Broadway. La rassegna è intitolata First Theater Rally: New York e raccoglie, oltre alla performance di Dine, diversi programmi di danza della compagnia del Judson Dance Theater, opere di Robert Whitman e Claes Oldenburg. Dine presenta in quell’occasione Natural History (The Dreams), una performance tratta dalla trascrizione dei sogni che aveva cominciato a raccogliere l’anno precedente durante una terapia psicanalitica.

Smette di dipingere e inizia a realizzare una serie di sculture in alluminio e bronzo in una fonderia di Philadelphia con l’assistenza di Dave Bassinow. Tra queste opere figurano Red Axe, Another Ribbon Machine e Large Boot Lying Down. Queste opere sono realizzate con la tecnica della fusione a staffa e poi ricoperte da uno spesso strato di colore. La fusione a staffa viene impiegata soprattutto per la realizzazione dei prodotti industriali e lascia la superficie ruvida. Il metallo scelto per queste prime sculture, inoltre, non è il bronzo tradizionale delle opere d’arte, ma l’alluminio usato per la realizzazione di oggetti comuni o per le loro componenti.

A giugno tiene la prima mostra personale in Inghilterra nella galleria di Robert Fraser a Londra. A ottobre espone da Gian Enzo Sperone a Torino con una personale. A novembre viene invitato come artista in residenza al Oberlin College in Ohio, dove tiene la sua prima mostra personale in un museo presentando proprio una serie di sculture realizzate quell’anno.

 

1966

Durante la realizzazione delle scenografie per lo spettacolo il Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare utilizza per la prima volta l’immagine del cuore. Lo spettacolo è messo in scena al Marines Memorial Theater di San Francisco dalla compagnia del San Francisco Actors Workshop con la regia di John Hancock. Virginia Allen, che scrisse nel catalogo della mostra dedicata nel 1968 dal Museum of Modern Art di New York ai disegni preparatori di Dine per questo spettacolo, lo descrisse come “una produzione bastarda […] totalmente al di fuori della tradizione consolidata”.

In primavera lascia per la prima volta gli Stati Uniti per andare a Londra dove lavora per otto settimane alla realizzazione di una cartella litografica con collage intitolata Tool Box con l’editore Paul Cornwall-Jones.

Durante il soggiorno in Inghilterra conosce e avvia una collaborazione con l’artista scozzese Edoardo Paolozzi, con cui realizza una serie di collage che verranno esposti in autunno in una mostra alla Robert Fraser Gallery. Alcune di queste opere, realizzate con i materiali raccolti da Paolozzi, presentano immagini falliche e vengono ritirate dalla mostra durante l’inaugurazione perché ritenute oscene dalla polizia di Scotland Yard.

Rientrato da Londra accetta un incarico di “visiting critic” al College of Architecture della Cornell University di Ithaca.

A novembre una serie di sculture realizzate l’anno precedente sono raccolte in una personale alla Sidney Janis Gallery.

Lo stesso anno illustra la traduzione, curata da Ron Padgett, del volume di Guillame Apollinaire The Poet Assassinated. Quell’anno conosce anche i poeti Robert Creeley e Kenneth Koch. Sarà Creeley a stimolare in lui il desiderio di scrivere poesie.

L’anno si chiude con una mostra personale ospitata dallo Stedelijk Museum di Amsterdam, presentata da Alan R. Solomon e dedicata alle opere su carta. Sempre Solomon cura per la National Educational Television un episodio della serie “U.S.A. Artists”, con la direzione di Lane Slate, in cui Dine, mescolando racconto della sua vita personale e del suo lavoro, parla della sua opera e del suo rapporto con il panorama dell’arte americana coeva.

 

1967

Realizza a Ithaca una serie di sculture di grandi dimensioni, tra cui Green Hand e Straw Heart. “Volevo qualcosa che riempisse la stanza. Volevo delle forme di una misura impossibile”, scrive nel catalogo della mostra in cui presenta questi lavori, tenuta all’Andrew Dickson White Museum of Art di Ithaca ad aprile.

A giugno la famiglia Dine si trasferisce a vivere a Londra, stabilendosi a Chester Square nel quartiere di Belgravia in una casa prestata da un’amica artista. Risiederanno lì fino al 1971. Il soggiorno a Londra sarà un periodo particolarmente felice per Dine, lontano dalla pressione dell’ambiente artistico di New York.

Smette per un periodo di dipingere. Si dedica molto all’incisione e a realizzare altri progetti, come, ad esempio, l’adattamento teatrale del Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde a cui lavora con Robert Kidd, direttore del Royal Court Theater di Londra, progettando i costumi e le scenografie.

 

1968-1969

Nel 1968 la Petersburg Press pubblica The Picture of Dorian Gray, in edizione numerata con dodici incisioni dell’artista.

In estate è tra gli artisti invitati a Documenta 4 a Kassel, ultima edizione curata dall’ideatore della rassegna Arnold Bode.

Inizia a realizzare quell’anno Name Painting (1935-1963) #1, una tela di circa cinque metri su cui scrive a carboncino i nomi di tutte le persone che ha conosciuto e incontrato tra il 1935 e il 1963. La parola, che fino a quel momento era comparsa nei suoi lavori per lo più isolata e in rapporto alle immagini, si moltiplica e ricopre l’intera superficie del dipinto, trasformando la scrittura in un vero e proprio elemento compositivo e al tempo stesso nella traccia visiva del passaggio del tempo, degli eventi e degli incontri che hanno composto la sua intera esistenza.

Realizza la serie di opere che vengono utilizzate sul set di Un tranquillo posto di campagna, film di Elio Petri del 1968. Il film racconta la storia di un pittore tormentato, Leonardo Ferri (Franco Nero), e la sua compagna e manager Flavia (Vanessa Redgrave). Il film, inviato al Festival di Berlino l’anno successivo, ha la colonna sonora composta da Ennio Morricone e dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza.

La sua prima raccolta di poemi, intitolata Welcome Home Lovebirds, viene pubblicata nella primavera del 1969 dalla Trigram Press, casa editrice di Asa Benveniste, poeta americano espatriato a Londra, che cura l’edizione del volume.

A maggio dello stesso anno apre la mostra Two Paintings alla Robert Fraser Gallery di Londra in cui presenta le due opere Name Painting (1935-1963) #1 e Name Painting #2, realizzato quello stesso anno con i nomi delle persone che aveva conosciuto tra il 1965 e il 1969.

Sue mostre personali si tengono Kunstverein di Monaco, alla Kunsthalle di Norimberga, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e al Metropolitan Museum of Modern Art di New York.

Pubblica un libro d’artista a due mani con l’amico e fotografo Lee Friedlander, intitolato Photographs and Etchings.

Da Londra mantiene una fitta corrispondenza con tutti i suoi amici poeti, Ron Padgett, Robert Creeley e Kenneth Koch. Spinto proprio da uno di loro, il poeta Terry Berrigan, fa la prima lettura pubblica dei suoi poemi all’Art Lab, un centro d’arte sperimentale di Soho.

 

1970

L’anno si apre con una grande retrospettiva al Whitney Museum of American Art di New York, curata da John Gordon. 

Espone in diverse gallerie in giro per il mondo, tra cui la Galerie Kestner-Gesellschaft di Hannover, la Galerie Mikro di Berlino, la Reese Palley Gallery di San Francisco e nuovamente alla Galleria Sperone di Torino in una mostra collettiva insieme a Jasper Johns, Michelangelo Pistoletto, Andy Warhol, Cy Twombly, Arman e Frank Stella.

Prende parte al Poetry Project alla St. Mark’s Church, realizzando un nuovo reading dei suoi poemi.

Pubblica un libro con l’amico poeta Ron Padgett intitolato The Adventures of Mr. And Mrs. Jim and Ron per la Cape Goliard Press di Londra.

 

1971

Rientra con la famiglia negli Stati Uniti e si stabilisce a Putney nel Vermont, dove resterà a vivere fino al 1985. Nello studio costruito nel giardino della nuova casa Dine realizza una serie di nove lavori di formato quadrato, tutti della stessa misura, tra cui Putney Winter Heart n.9 (Poulenc), dedicato al pianista e compositore francese Francis Poulenc, e Putney Winter Heart (Crazy Leon). In questi dipinti compare per la prima volta l’immagine del cuore, che Dine aveva elaborato nei disegni per il teatro e nella grande scultura in paglia realizzata a Ithaca nel 1967. Il cuore, che diventerà un segno distintivo del suo lavoro, è accostato qui ai temi ricorrenti della sua opera, come gli strumenti da lavoro e gli abiti.

Due importanti mostre di opere su carta sono ospitate a Museum Boymans-van Beuningen di Rotterdam e alle Kunsthalle di Düsseldorf e Berna. Mostre personali si tengono a Roma, Washington, Colonia, Los Angeles, Venezia, Minneapolis, San Francisco e Torino.

 

1972-1975

Nel 1972 partecipa al XV Festival dei Due Mondi di Spoleto e alla Eighteenth National Print Exhibition al Brooklyn Museum di New York.

Nel 1973 è tra gli artisti invitati a Contemporanea, grande rassegna interdisciplinare e internazionale ideata da Achille Bonito Oliva e realizzata dagli Incontri Internazionali d’Arte di Roma nel Parcheggio di Villa Borghese.

Nel novembre del 1973 e nella primavera del 1975 tiene altre due mostre personali a Torino da Gian Enzo Sperone.

In quegli anni realizza diverse incisioni dedicate agli strumenti da lavoro, uno dei soggetti principali della sua opera, come Fifty-two Drawings for Cy Twombly (1972) e Piranesi’s 24 Colored Marks (1974). In quest’ultima serie e nelle opere maggiori dello stesso periodo gli utensili  non sono più raffigurati in composizioni singole e isolate, ma in sequenze composte e ordinate, che assumono le sembianze di un glossario o catalogo di oggetti. In A Thin Kindergarten Picture (1974), ad esempio, ventidue strumenti diversi scandiscono lo spazio sottostante una tela di quasi tre metri di lunghezza.

Nel 1975 la sua attività di incisore è arricchita dall’incontro che Dine fa con Aldo Crommelynck, stampatore che aveva lavorato con artisti come Pablo Picasso, George Braque, Alberto Giacometti, Richard Hamilton, Jasper Johns e David Hockney. I due stringeranno un rapporto di forte amicizia e una collaborazione che durerà vent’anni, fino alla morte di Crommelynck nel 2008.

 

1976-1979

Nel 1976 gli viene dedicata una grande retrospettiva in Italia al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Nel 1977 inizia la sua collaborazione con la Pace Gallery di New York.

Nel giugno del 1978 al Museum of Modern Art di New York si apre la mostra Jim Dine: Etchings, in occasione della quale viene pubblicato il catalogo generale delle incisioni realizzate dall’artista tra il 1970 e il 1977, curato da Riva Castleman.

Nel 1978 dipinge per la prima volta l’immagine della Venere di Milo nell’opera My Studio #1: The Vagaries of Painting: “These Are Sadder Pictures”. La figura di questa scultura ellenistica, ripresa da una piccola copia acquistata in un negozio di belle arti di Parigi, arricchirà la raccolta di sue immagini personali. La riprodurrà in cera, senza la testa, per fonderla in bronzo in misure, colori e composizioni diverse.

“Ho sempre questa necessità di connettermi al passato in un mio modo personale e sono al tempo stesso devoto all’ideale della donna, come figura che incanta. Quindi quando sono andato una volta in un negozio di materiali per artisti, non ricordo bene dove, credo a Parigi, e ho preso questa figura della Venere di Milo, non l’ho fatto con l’idea di celebrare il kitsch. Non mi rapportavo a lei come a un oggetto della Pop Art o della cultura popolare. La consideravo come una figura classica fuori dal tempo che conservava la memoria della sua magnificenza   anche in quella dimensione così ridotta. L’ho comprata con l’idea di disegnarla per la mia personale gliptoteca. Alla fine degli anni Settanta stavo dipingendo nature morte e volevo includere in quelle il calco in gesso. Poi gli ho staccato la testa e l’ho fatta veramente mia”.

Nel 1979 realizza uno dei primi disegni dal vivo in un museo, ritraendo, durante un viaggio in Israele, un torso maschile della collezione del museo ebraico di Gerusalemme.

A partire soprattutto dalla metà degli anni Ottanta, queste figure tratte dall’arte antica saranno sempre più spesso presenti nelle sue opere.

Nel 1979 conosce Alan Cristea, allora direttore delle Waddington Galleries di Londra, con lui avvia una lunghissima collaborazione, che continua ancora oggi. Lo stesso anno espone per la prima volta da Alice Pauli a Losanna, altra galleria con cui lavorerà a lungo.

Allo scadere del decennio realizza una serie numerosa di ritratti dal vero, soprattutto su carta, i cui modelli sono la moglie Nancy, amici e conoscenti.

Nello stesso periodo dipinge e disegna una serie di nature morte, come in My Studio #2 (1978), in cui accosta caffettiere, teiere, vasi, bottiglie, frutta, verdura, teschi e conchiglie, componendo un catalogo di presenze tratte dal quotidiano affiancate dai simboli della vanitas e del memento mori, come nelle nature morte seicentesche.

 

1980-1989

Nel 1980 viene nominato membro dell’American Accademy of Arts and Letters di New York.

Tiene nuove mostre a New York alla Pace Gallery e a Londra da Waddington. Le sue incisioni sono esposte quell’anno al British Museum di Londra, al MoMA e al MET di New York.

Affitta uno studio a Londra dove va a lavorare almeno una volta all’anno.

Nel gennaio del 1981 tiene la sua prima mostra alla Richard Gray Gallery di Chicago, galleria che comincia in quell’occasione a seguire il suo lavoro e che ancora oggi rappresenta l’artista in tutto il mondo.

Quell’anno David Shapiro pubblica la prima significativa monografia sul suo lavoro per le edizioni Harry N. Abrams di New York.

Nel novembre del 1981, un suo amico collezionista, Gene Summers, gli commissiona una serie di bassorilievi per l’arredo del ristorante Bernard all’interno del Biltmore Hotel di Los Angeles. In dieci settimane realizza sessantadue bassorilievi insieme agli allievi della Otis Art Institute of Parsons School of Design. Questa esperienza lo avvicina nuovamente alla pratica della scultura che riprenderà proprio in quegli anni.

Nel 1982 realizza la serie di xilografie ispirate all’ultimo libro del Nuovo Testamento, The Apocalypse. The Revelation of Saint John the Divine con Andrew Hoyem, direttore della Arion Press di San Francisco. Molte delle xilografie della raccolta contengono i temi più cari a Dine, cuori, mani, cancelli, alberi e teschi.

Nel 1983, tramite lo scultore Manuel Neri entra in contatto con Mark Anderson, proprietario di una fonderia a Walla Walla, nello stato di Washington. Affitta uno studio vicino alla fonderia e inizia a realizzare una serie di grandi sculture in bronzo con la tecnica tradizionale della fusione a cera persa, come Harvest (1984).

Nel 1984 visita per la prima volta la Gliptoteca di Monaco e realizza alcuni disegni dal vero delle opere greco-romane della collezione del museo. Le immagini delle sculture antiche che ritrae compaiono da quel momento sempre più spesso all’interno dei suoi lavori, accanto ai consueti attrezzi da lavoro e ai frammenti del corpo. Questa commistione di elementi diversi, tratti dalla vita quotidiana e dalla storia dell’arte, diventa la caratteristica principale del suo lavoro tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Una grande mostra al Walker Art Center di Minneapolis, intitolata Jim Dine. Five Themes, ripercorre tutta la sua carriera.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, quando ha inizio un generale processo di storicizzazione dei principali movimenti artistici che avevano caratterizzato il panorama del dopoguerra, l’opera di Dine è presente in diverse esposizioni che ricostruisco la fervente stagione dell’arte americana a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, come, ad esempio, la mostra Blam! The Explosion of Pop, Minimalism and Performance1958-64, che si tiene al Whitney Museum of American Art nell’autunno del 1984.

Nel 1985 lascia la casa a Putney e si trasferisce a vivere con la famiglia di nuovo a New York.

Nel 1987 lavora alla realizzazione delle scene e dei costumi perla Salome di Richard Strauss per la Houston Grand Opera.

Nel 1987 e nel 1988, per due inverni, risiede a Venezia. Lì realizza una serie di disegni, intitolata The Glyptotek Drawings, tratti da fotografie, cartoline e libri raffiguranti sculture antiche, che verranno poi trasformati con l’aiuto dello stampatore Kurt Zein in un portfolio di incisioni.

Interessato da questi lavori, il direttore della Gliptoteca di Monaco, Klaus Vierneisel, lo invita nel 1989 a lavorare all’interno del museo durante gli orari di chiusura al pubblico. Dine realizza allora i diciassette disegni di grande formato che compongono la serie In der Glyptothek e che vengono esposti proprio a Monaco l’anno successivo.

Nel 1988 la Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia ospita un’importante retrospettiva del suo lavoro, curata da Attilio Codognato.

Nel 1989 dispone la grande opere in bronzo Looking Toward the Avenue di fronte al Calyon Building a New York. Si tratta della prima commissione di arte pubblica che compie, un’esperienza che ripeterà nei primi anni Duemila con le Veneri che realizzerà per Bordeaux e Cleveland, e successivamente con le grandi sculture di Pinocchio.

 

1990-1999

Nel 1990 la mostra Jim Dine Retrospective Exhibition gira il Giappone partendo a ottobre dall’Isetan Museum of Art di Tokyo.

Lo stesso anno, dopo un’interruzione di circa vent’anni, Dine ricomincia a scrivere poesie, spinto dal suo incontro con la fotografa Diana Michener.

Il nuovo decennio si apre con importanti mostre personali alla Galerie Beaubourg di Parigi (1991), alla Pace Gallery di New York (1991, 1993), alla Kukje Gallery di Seoul (1992), al Madison Art Center (1993), alla Richard Gray Gallery di Chicago (1993), al Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporain di Nizza (1994) e alla Alan Cristea Gallery di Londra (1995).

Dal 1993 al 1995 insegna alla Salzburg International Summer Academy for Fine Arts. Nel 1995 è artista in residenza alla Hochshule der Kunste di Berlino.

Il documentario Jim Dine: Self-Portrait on the Walls, prodotto nel 1995 da Nancy Dine e Richard Stilwell, ottiene nel 1996 una nomination agli Oscar nella sezione “Documentary (Short Subject)”.

Durante un soggiorno a Berlino compra un gufo e un corvo impagliati, che gli ricordano un episodio della sua infanzia. Le immagini di questi due animali compaiono da quel momento in diverse opere, come nel dipinto The Bride and the Groom (1996), e nell’incisione Red Passion (1996).

Nel 1996 il Museo Civico Revoltella di Trieste gli dedica una mostra monografia sul tema delle Veneri.

Nel 1997 realizza le sue prime fotografie da Adamson Editions a Washington, una serie di complessi collage stampati su tela, in cui mescola le immagini di vecchie foto, attrezzi e oggetti presenti nel suo studio, scrittura e autoritratti. Compaiono in queste opere alcune nuove figure che da quel momento utilizzerà sempre
 più spesso, come gli uccelli, gli scheletri, e soprattutto l’immagine di Pinocchio, che diventerà centrale per tutta la sua produzione successiva. Pinocchio, infatti, la cui storia è fatta di abbandoni, di avventure violente, di difficoltà da superare, diventa un altro riflesso dell’esperienza personale vissuta dall’artista.

“Bhè, Pinocchio è sempre stato con me da quando avevo sei anni e vidi il film di Disney. Mi identificavo con quel ragazzino bugiardo e le cose che sarebbero accadute. Non mi ricordo bene, ma so che nel 1964 stavo comprando alcuni attrezzi in un negozio e il proprietario aveva una piccola figura di Pinocchio che era stata fatta o messa in commercio da Disney nel 1941, l’anno dell’uscita del film. Era dipinta a mano, aveva la testa di cartapesta, piccoli vestiti bellissimi e articolazioni mobili. L’ho portato a casa e l’ho tenuto su uno scaffale per venticinque anni. Non ci ho fatto niente. Non sapevo casa farci, ma è sempre stato con me”.

Pinocchio e le altre simboliche presenze che compaiono nelle fotografie sfilano insieme anche sulle sue tele di quel periodo, come nell’opera Ape, Police, Doctor, Soldier, Me del 1997.

Nel 1998 passa un periodo a Roma presso l’Accademia Americana. Quell’anno conosce e inizia la sua collaborazione con l’editore e stampatore tedesco Gerhard Steidl, che ancora oggi stampa gran parte dei libri da lui ideati.

Nel 1998 Marco Livingstone pubblica una grande monografia, intitolata The Alchemy of Images, in cui ripercorre l’intera carriera dell’artista per le edizioni Monacelli di New York.

Il decennio si chiude nel 1999 con un’importante retrospettiva dei suoi lavori storici, curata da Germano Celant con Clare Bell, al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, intitolata Walking Memory 1959-1969.

 

2000-2009

Nel 2000 è artista in residenza alla Pilchuck Glass School di Stanwood, vicino a Washington.

Quello stesso anno inizia la sua collaborazione con la Galerie Templon di Parigi.

La mostra Jim Dine in Italia, ospitata al Palazzo delle Papesse di Siena nell’ottobre del 2000, curata da Martha Boyden, ricostruisce la fortuna critica e collezionistica dell’artista in Italia.

Nel 2001 pubblica un libro d’artista con l’amico poeta Robert Creeley intitolato Pictures e un nuovo libro di poemi intitolato Birds per l’editore Steidl.

Dal 2001 comincia a vivere una parte dell’anno a Parigi e realizza un’enorme scultura di Venere che viene inserita nel parco di sculture vicino a Bordeaux, nella distesa di vigne dello Château Smith Haut Lafitte.

Nel 2002 viene pubblicato il secondo volume del catalogo generale delle sue incisioni curato da Elisabeth Carpenter, edito dall’Institute of Fine Art di Minneapolis in occasione dell’omonima mostra che si tiene quell’anno.

Lo stesso anno la Maison Européenne de la Photographie di Parigi dedica una grande esposizione alla sua produzione fotografica intitolata Photographs So Far.

Il 25 giugno del 2003 è nominato Commandeur de l’Ordre des Arts et Lettres.

Tra il 2004 e il 2006 realizza le prime grandi sculture in legno di Pinocchio, alte tutte circa due metri, con il burattino in diverse posture e atteggiamenti, come Pinocchio (Blind Boy) e Pinocchio at Night, entrambe del 2004, o The Crying Sand del 2006.

“Ho fatto i Pinocchi in due modi: o con il mio assistente, Jason Treffry, o alla fonderia con Dylan Farnum. Con Jason, lui abbozza la forma e poi io arrivo, aggiungo, taglio e dipingo tutta la figura, e la finisco. Alla fonderia, hanno un macchinario che fa emergere la forma – l’allarga da un piccolo modello, da una maquette che io ho fatto. Noi scansioniamo la maquette e Dylan crea un programma che intaglia il tronco in base alla scansione. Io lavoro con lui sugli angoli e sulla posizione che deve avere la figura– seduta, in piedi, mentre cammina, come voglio. Dopo che il tronco è stato intagliato, richiede la stessa quantità di lavoro che mi è richiesto dopo che a sbozzarlo è stato Jason con la motosega, devo comunque farlo mio”.

Nel 2005 sposa Diana Michener. Quello stesso anno partecipa con lei e con Vincent Katz alla rassegna Segue Serie al Bowery Poetry Club di New York.

Sempre nel 2005 compra una tenuta a Walla Walla che trasforma in studio e stamperia.

Nel 2006 realizza una versione illustrata del Pinocchio di Carlo Collodi.

Nel maggio del 2008 colloca Walking to Borås, una scultura di Pinocchio alta nove metri, in uno dei parchi pubblici della città svedese di Borås.

A ottobre Dine realizza un’installazione intitolata Poet Singing (The Flowering Sheets) nella villa del Getty Museum di Los Angeles, in cui presenta all’interno di una stanza con le pareti ricoperte di suoi poemi manoscritti sui muri, il gruppo scultoreo Poet as Orpheus with Two Sirens, composto da un suo autoritratto scolpito in gesso e due sculture in legno tratte da due antiche statue greche di muse danzanti (Statuette of a Dancer e Statuette of a Dancer Playing the Lyre).

Con l’amico editore Steidl pubblica nel 2008 Hot Dreams 52 Books: una raccolta di 52 libri, uno per ogni settimana dell’anno. Usando il collage, la pittura, il disegno, insieme alla scrittura e alla fotografia, unisce in questo lavoro frammenti e immagini legati alla sua vita e alla sua arte, realizzando un’opera fortemente autobiografica.

 

2010-2019

Nel 2011 dona la serie di quaranta Glyptotek Drawings al Morgan Library & Museum di New York. La donazione è celebrata con una mostra e un catalogo stampato dall’editore Steidl.

Lo stesso anno apre una mostra alla Pace Gallery in cui presenta i suoi ultimi dipinti su tela, che l’artista chiama concrete paintings. Questi dipinti, come Glade of Color (2011) o A Child in Winter Sings (2011-2012) sono realizzati nello studio di Walla Walla con l’uso di materiali come sabbia e resina, che l’artista incorpora sulla tela con il colore, e che danno a queste opere una connotazione fortemente materica. Questa nuova serie di opere è completamente priva di riferimenti figurativi e si ricollega all’interesse profondo dell’artista per l’Espressionismo astratto americano.

Nell’aprile del 2012 installa un’altra gigantesca scultura di Pinocchio, intitolata Pinocchio (Emotional), a Cincinnati, sua città natale, di fronte al Museum of Art.

A maggio dell’anno successivo un’altra di queste sculture è collocata nel porto di Busan nella Corea del Sud.

Nel 2013 l’editore Steidl pubblica una biografia in cui Dine raccoglie le sue esperienze da incisore intitolata A Printmakers Document.

Nel 2014 presenta alla Alan Cristea Gallery il lavoro A History of Communism, una serie di incisioni tratte da pietre litografiche ritrovate in un’accademia d’arte della Repubblica Democratica tedesca, che Dine reinterpreta sovrapponendovi alcuni dei temi iconografici ricorrenti del suo lavoro.

Nel 2015, a settembre, realizza il primo reading della serie House of Words al Günter Grass Archive di Göttingen.

Nel 2016 a Montrouge, vicino a Parigi, dove Dine aveva trasferito l’anno precedente il suo studio, viene girato il video documentario “Something I Would Like to Hear from My Voice”, con un’intervista di Olivier Brossard, prodotto dall’Université Paris Est Marne-la-Vallée.

Nel 2017 ottiene una commissione pubblica dal Chazen Museum dell’università del Wisconsin per cui realizza un monumentale murale composto da quattro pannelli, allestiti nella Brittingham Gallery, con soggetti tratti dalle collezioni greco-romane del museo, intitolato What Was Then, Will Never Be Again.

Nella primavera del 2017 la sua personale Looking at the Present: Recent Works by Jim Dine inaugura i nuovi spazi della Richard Gray Gallery a Chicago, mentre nella sede newyorkese della galleria sono esposti una serie di lavori storici nella mostra Primary Objects.

Completa quell’anno un lungo progetto alla Cité de la Céramique di Sèvres in Francia, dove realizza un gruppo di dieci vasi decorati dal poema Seeing thru the Stardust, the Heat on the Lawn (Claude).

Nel 2017 l’Accademia Nazionale di San Luca lo invita a esporre a Roma i suoi recenti Black Paintings. In occasione della mostra Dine realizza un reading della serie House of Words nella suggestiva cornice della Chiesa dei Santi Martina e Luca.

Molte sono le mostre collettive a cui partecipa negli ultimi anni, anche in seguito alla progressiva storicizzazione dell’arte degli anni Sessanta e Settanta. Tantissime anche le personali in musei e gallerie di tutto il mondo.

Tra il 2017 e il 2019 Dine dona trenta opere della sua collezione al Centre Pompidou di Parigi, un nucleo di lavori datati dal 1961 al 2016. La donazione viene celebrata nel 2018 da un volume e dalla mostra Paris. Reconnaissance, presentata a Parigi e poi trasferita a Mosca e, nel 2019, al Centre Pompidou di Malaga.

 

Reading

Jim Dine ha tenuto la prima lettura pubblica dei suoi poemi nel 1969 a Londra insieme al poeta e amico Ted Berrigan all’Art Lab di Soho, un centro d’arte sperimentale fondato da Jim Haynes, uno dei protagonisti della scena underground londinese negli anni Sessanta.

Sempre con Berrigan ha partecipato nel 1970 al Poetry Project alla St. Mark’s Church di New York.

Dopo una lunga interruzione, nel 2005 tiene un nuovo reading al Bowery Poetry Club di New York, insieme alla moglie, la fotografa Diana Michener, e all’amico poeta Vincent Katz.

Nel 2010 con il bassista Marc Marder e il batterista Daniel Humair legge le poesie della sua raccolta Donkey in the Sea Before Us da Michael Wordworth. Nel 2012 tiene un reading alla Dia Art Foundation di New York. Nel 2014 e nel 2015 realizza Jewish Fate e My Letter to the Troops, entrambi con Marden nello spazio Double Change di Parigi. Al 2015 risale anche il primo dei reading della serie intitolata House of Words.

Parole e scrittura sono sempre state presenti nelle opere Dine. Parole e brevi frasi erano scritte sulle pareti del primo ambiente che aveva realizzato nel 1960, intitolato The House, alla Judson Gallery di New York. Parole e brevi frasi si trovano nei quadri dei primi anni Sessanta a indicare parti del corpo, vestiti e utensili raffigurati o prelevati dalla realtà e inseriti sulle tele, come in Teeth (1960-1961), Shoe (1961), Flesh Chisel (1962), White Bathroom (1962). Allo scadere degli anni Sessanta la parola e la scrittura assumono una dimensione ambientale, quando Dine, trasferitosi a Londra, realizza le due tele di oltre quattro metri di lunghezza Name Painting (1935-1963) #1 e Name Painting #2, in cui l’artista scrive a carboncino i nomi di tutte le persone che ha incontrato tra il 1935 e il 1969.

Nello stesso periodo, incoraggiato dall’amico poeta Robert Creeley, Dine aveva iniziato a scrivere i suoi primi poemi.

Con la realizzazione dei reading la parola poetica scritta sconfina nella performance e nella dimensione ambientale, soprattutto con la serie recente di House of Words. In queste occasioni, infatti, Dine legge le poesie accompagnato dalla musica e circondato da grandi fogli di carta su cui ha scritto a mano i testi che legge.

Il primo reading della serie House of Words Dine lo presenta nel 2015 al Günter Grass Archive di Göttingen, un secondo a Parigi alla Galerie Éof, accompagnato dall’improvvisazione di Marc Marden. Nel 2016 propone nuove versioni di House of Words alla Poetry Foundation di Chicago (9 marzo), all’Antikenmuseum di Basilea (13 giugno, in occasione dell’inaugurazione della mostra Jim Dine: Muscle and Salt), alla Farewell Books di Austin (20 novembre). Nel 2017 House of Words è realizzato a Roma, con l’accompagnamento delle improvvisazioni di Daniele Roccato al contrabbasso e Fabrizio Ottaviucci al pianoforte, nei suggestivi spazi della Chiesa dei Santi Martina e Luca, in occasione della mostra che l’Accademia Nazionale di San Luca dedica all’artista. Roccato e Ottaviucci hanno accompagnato Dine anche in occasione della presentazione di House of Words nell’ambito della rassegna “In Vivo” al Centre Pompidou di Parigi nell’aprile 2018.

 


 
  

  
 

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