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Mario Schifano

Biografia in mostra

1934 -1958

Nasce il 20 settembre 1934 a Homs in Libia, dove il padre Giuseppe Schifano, archeologo restauratore, è impegnato nelle campagne di scavo.
In piena guerra, nel 1941, la madre, Rosa Paganini, con i figli Mario, Francesco e Ada, rientra in Italia. Stazionano nei campi profughi di diverse città prima di arrivare a Roma, dove sono provvisoriamente alloggiati negli studi di Cinecittà, poi nella Caserma Lamarmora a Trastevere. Dopo l’internamento in un campo di prigionia americano, anche il padre raggiunge Roma, entra nell’organico del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e alla famiglia viene assegnata una casa in via Spartaco 30.

Lascia la scuola senza conseguire la licenza media e lavora come garzone nella pasticceria Valzani a Trastevere.
Nel 1951 viene assunto come salariato all’inizio temporaneo e in seguito permanente, al Museo Etrusco, con mansioni via via diverse, tra cui restauratore e lucidatore di disegni. In uno dei rapporti redatti annualmente dai superiori si legge: “Serio, educato e rispettoso, anche se talvolta insofferente alla disciplina del lavoro per le sue aspirazioni di pittore”.

Tra il 1956 e il 1957 assolve all’obbligo di leva.

Già dalla metà degli anni Cinquanta partecipa ad alcune mostre collettive (se ne fa menzione nei permessi accordati dal Museo).
Al 1958 risale la sua prima attività espositiva documentata: il Premio di Pittura “Tuscolano”, il Premio Cinecittà, indetto dalla Sezione locale del PCI, e la Prima Rassegna di Arti Figurative
di Roma e del Lazio, che si tiene a Palazzo delle Esposizioni, dove espone tre opere: Paesaggio, Muri e Figure su fondo verde.

Conosce Giuseppe Uncini, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Franco Angeli e Cesare Tacchi, suoi amici e compagni per un significativo tratto di strada.

1959 - 1960

Il 1959 è un anno cruciale e fruttuoso lungo il quale le novità si succedono in rapida sequenza. Si interessa al suo lavoro Emilio Villa, mentore della Galleria Appia Antica, poeta, traduttore, studioso di lingue antiche, critico d’arte, curatore ed editore, che ebbe un ruolo eccentrico,
ma di assoluta centralità nella comunità dell’arte romana.

A gennaio, apre la collettiva Mambor, Schifano, Tacchi alla Galleria Appia Antica dove espone un gruppo di tele astratte basate su coacervi di segni prevalentemente neri su campo chiaro, ravvivati qui e là da “uno strillo rosso o giallo”.

Il 23 maggio inaugura la sua prima mostra personale, sempre all’Appia Antica. Anche in questa occasione presenta un gruppo omogeneo di lavori. Sono tele di grandi dimensioni nelle quali radicalizza l’austera, francescana gamma delle terre e sperimenta nuovi materiali, gesso, forse, sabbia o cemento impastati probabilmente con il vinavil.
Nel catalogo Villa evoca “i raptus”, “le stupefazioni”, “lo scavo nel mondo motoso”, “le mutevoli brevi valanghe”, “i modi torbidi, ibridi, grevi”, “la frenesia autentica” del giovane artista: è il suo definitivo riconoscimento.

In autunno, nel suo primo studio, un vano sul terrazzo condominiale di Piazza Scanderbeg 47, realizza i Cementi. Quadri materici, nei quali compare un elemento centrale – scavato, sferico o squadrato – in grado di connotare un campo altrimenti informe.
L’elemento centrale si amplia nelle opere successive costituite da una sovrapposizione di ferro e cemento, come in Cemento ferro 6 del 1960, dove la lastra di metallo, di fatto, è un quadro nel quadro.

Al 1960 risalgono i primi quadri monocromi. Nel ricordo di Uncini il primo fu una piccola tela sulla quale Schifano stese dello smalto nero, lasciando alcune parti leggermente scoperte, “una pittura un po’ tirata via, molto disinvolta, quasi una strafottenza”.

Alcuni monocromi sono dipinti su tele aggettanti ottenute centinando il telaio, talvolta due telai accostati. Il colore è uno smalto, il Ripolin, steso sulla carta (fogli disegnati, manifesti stampati, giornali o carta da pacchi) incollata sulla tela, che, al momento di aderire, forma pieghe e grinze. Molti monocromi, al centro o poco più in alto, hanno un numero, una lettera o una parola breve stampigliati utilizzando le mascherine che servono a segnare gli imballaggi. La loro è una pittura piena, affatto omogenea, luminosa. Giorgio Franchetti, maître à penser del collezionismo non solo romano, li definisce “voluttuosi”.

I nuovi dipinti fanno la loro apparizione alla celebre collettiva 5 pittori. Roma 60. Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini alla Galleria La Salita di Roma, nel novembre del 1960. La mostra decreta un cambio di rotta: viene alla ribalta una nuova generazione di artisti che elimina ogni forma di figurazione (anche astratta o informale) e assegna al quadro, nella sua realtà oggettuale, e al colore, uno e assoluto, il compito di definire l’immagine.

Galleria Appia Antica

La galleria – installata in un cascinale suburbano tra i ruderi della Via Appia – apre nel settembre 1957 da un’intuizione del pittore Enrico Cervelli messa in pratica da Liana Sisti, che nel 1958 si associa a Gabriella Travaglio Galdieri. L’intenzione, da subito, è quella di dare visibilità ad autori giovani, riservando una particolare attenzione agli stranieri, grazie all’apporto di Topazia Alliata, nobildonna siciliana, ex pittrice e futura direttrice della Galleria Trastevere.
Determinante è l’apporto di Emilio Villa, il carismatico critico e poeta d’origine lombarda, che fa convergere nella galleria gli artisti gravitanti attorno alla sua orbita: accogliendo
la prima mostra romana di Piero Manzoni, Agostino Bonalumi ed Enrico Castellani, ed esponendo le opere dei nuovi talenti da lui individuati, Franco Angeli, Renato Mambor, Cesare Tacchi, Francesco Lo Savio, Mario Schifano e Giuseppe Uncini.
Strettamente collegata alla galleria è la rivista “Appia Antica. Atlante di arte nuova” di cui escono due numeri tra il 1959 e il 1960. La galleria interrompe la sua attività alla fine del 1959.

1961 - 1962

Il 1961 segna l’avvio di una fama rimasta a lungo inarrestabile.
Va a vivere in una casa-studio a Passeggiata di Ripetta 25. Vince il Premio Lissone, all’epoca uno dei più prestigiosi premi di cui era disseminata l’Italia.
Nel mese di marzo espone alla Galleria La Tartaruga (si registra un grande successo e il tutto venduto). Oltre ai monocromi, presenta tele sulle quali compaiono le prime grandi “O”. Plinio De Martiis, fotografo e fondatore con la moglie Ninnì Pirandello della Tartaruga, disegna, come suo uso, il biglietto di invito della mostra, e affianca due quadrati che sembrano i provini della sua Rolleiflex: nella galleria sta maturando l’interesse dei pittori per la fotografia, Schifano
ne è l’interprete più radicale.

È forse nel 1961 che scrive una mezza pagina su cosa è per lui dipingere: un intervento raro dell’artista che non amava parlare del suo lavoro, conservato da Maurizio Calvesi.

Attraverso Plinio De Martiis, conosce Ileana Sonnabend, già moglie del gallerista americano Leo Castelli, interessata, in un primo momento, a collaborare con La Tartaruga, decisa poi ad aprire una galleria a Parigi. Nel 1962 firma un contratto di esclusiva con la gallerista e il suo nuovo marito, Michael Sonnabend (le fonti parlano di trecento mila lire al mese).

Il 18 gennaio del 1962 si dimette dall’impiego al Museo Etrusco.

Sperimenta nuove immagini nelle quali il precedente interesse per la segnatura del centro e per la simmetria è sovvertito. Forme rettangolari dagli angoli smussati frammentano le superfici monocrome con un taglio eccentrico e in alcuni casi, come accade in Elemento per grande paesaggio, con un’immagine che sembra recisa, incompleta, non finita.

Gli interessa quello che si vede fuori dalle gallerie: il paesaggio urbano. Rapidamente, nel corso dell’anno, appaiono i nuovi dipinti in cui ingloba elementi derivati dalle pubblicità che stanno colorando il volto della città: il marchio della Coca-cola o della benzina americana Cities Service Company. Sperimenta un processo di lavoro che adotterà a lungo. Proietta la foto del marchio sulla tela e ne ricalca i contorni a matita, quindi dipinge.
I marchi non sono mai dipinti per intero. Nei quadri compaiono esclusivamente dettagli. I commentatori associano la cornice dagli angoli smussati, che spesso inquadra l’immagine, al riquadro di una diapositiva.

Nel novembre del 1962 l’opera Propaganda, con il marchio della Coca-cola, è esposta nella mostra The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York, curata da Pierre Restany con i lavori di alcuni dei principali protagonisti della pop art americana.

1963

Il 25 aprile diserta l’apertura a Parigi della sua mostra personale alla galleria di Ileana Sonnabend con la quale rompe ogni accordo.

Negli stessi giorni, il 24 aprile, apre a Roma la mostra significativamente intitolata Schifano. Tutto alla Galleria Odyssia di Federico Quadrani e Odyssia Skouras.
È l’avvento di una nuova, vitalissima stagione. Si amplia la perlustrazione del suo sguardo verso ciò che gli sta intorno.
I nuovi soggetti sono paesaggi soprattutto, ma anche incidenti stradali o altre immagini prese dalla pubblicistica dell’epoca. Anche in questi dipinti la scena è spesso riquadrata entro una cornice disegnata ad angoli arrotondati, il più delle volte asimmetrica rispetto al perimetro dell’opera,
in corrispondenza della quale è visibile la carta da pacchi che riveste la tela. Questo passepartout si colloca fra il perimetro reale e quello dipinto, rimarcando la non coincidenza tra l’immagine e il quadro. Il catalogo è accompagnato da una presentazione di Maurizio Calvesi, che definisce la pittura di Schifano “un grande reportage”.

Nel maggio 1963, durante una cena con Marcel Duchamp dopo l’inaugurazione della mostra di Gianfranco Baruchello alla Tartaruga di Roma, conosce Renato Guttuso. Il celebre pittore, engagé e massimo esponente del realismo in Italia, si interessa al lavoro dei giovani, specie di quanti si muovono in ambito figurativo.

Il 13 dicembre Maurizio Calvesi e Augusta Monferini accompagnano Mario Schifano e la sua compagna, Anita Pallenberg, a Napoli dove questi si imbarcano sulla Cristoforo Colombo, destinazione New York. Prima della partenza, Calvesi regala a Schifano il catalogo della mostra di Giacomo Balla, che si era da poco conclusa alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino.

Giovane Scuola di Roma

Una nuova generazione di artisti romani è venuta alla ribalta. Cesare Vivaldi, poeta e critico militante, la battezza con il nome di Giovane Scuola di Roma, rifacendosi alla nota compagine di pittori romani attivi tra le due guerre. In un celebre articolo del 1963, scrivendo di Franco Angeli, Umberto Bignardi, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Mario Schifano e Cesare Tacchi, individua il loro minimo denominatore comune nel modo mediato, ma aggressivo e mordente, di volgere lo sguardo alla realtà visibile. Uno sguardo oggettivo e insieme antinaturalistico, filtrato attraverso il più apparentemente freddo e impassibile degli strumenti ottici, l’obiettivo fotografico.

I nuovi artisti, il cui lavoro la critica italiana si impegna a distinguere da quello della pop art americana, sono anche i protagonisti di una stagione felice e mitizzata. Quella di una Roma gremita di artisti e meta privilegiata di intellettuali stranieri. Annunciata da La dolce vita (il film di Federico Fellini esce nel 1960) e favorita dall’avvento del cosiddetto boom economico, è la città degli incontri, delle amicizie, dei luoghi dedicati all’arte – Piazza del Popolo e le gallerie che la circondano – del cinema, della musica e della letteratura.

1964

Soggiorna a New York fino alla tarda primavera.
Vive e lavora in una casa-studio a Broadway 791, nel Greenwich Village, in un locale con grandi vetrate e grandi specchi che era stata la sede di una scuola di danza. Nello stesso edificio vive Frank O’Hara, poeta e curatore del Museum of Modern Art con cui stringe amicizia e progetta un libro a quattro mani: Words & Drawings, che non verrà stampato, ma del quale rimangono le tavole scritte e disegnate.

Mario Schifano a New York negli anni Sessanta è stato un’esplosione di vitalità e giovinezza non soltanto per le sue qualità pittoriche, ma anche per quelle umane. Instancabile, velocissimo, prensile, capace di aderire e nello stesso tempo di restare completamente sé stesso in una società che per lui era del tutto nuova, ma che sapeva trattare con estrema familiarità, come se fosse soltanto un cambiamento di quartiere invece che un cambiamento di continente.

Furio Colombo


Realizza il suo primo cortometraggio, Reflex, girato in 16mm a Manhattan, nello studio del fotografo di moda Bob Richardson.

Dipinge quadri che sembrano disegni, con alberi, porzioni di paesaggio o figure in movimento alla maniera del futurista Balla. Ad aprile li espone alla Galleria Odyssia di New York. Tra le altre opere presentate in quella occasione vi è la grande quercia di Senza titolo (Beebe’s Tree).

Rientra in Italia in tempo per partecipare all’inaugurazione della Biennale, dove espone su invito di Maurizio Calvesi.

Si trasferisce in vicolo delle Grotte 52, in una casa-studio che affaccia su Campo de’ Fiori.

Un’inedita attitudine combinatoria compare nei dipinti realizzati durante il soggiorno americano e subito dopo il suo rientro, come accade nel dittico Ultimo autunno e nel trittico Corpo in moto e in equilibrio.
Il fotografo Ugo Mulas, capace di tradurre nello scatto poetiche e processi di lavoro, lo ritrae nello studio romano mentre sperimenta combinazioni diverse, spaginando e diversamente riaccorpando le tele che compongono trittici e dittici.

A novembre espone i nuovi lavori alla Galleria Odyssia di Roma, con una presentazione in catalogo di Nanni Balestrini, figura di spicco del Gruppo 63, i poeti “novissimi” con i quali l’arte di alcuni giovani artisti romani, quella di Schifano in particolare, viene posta in relazione in nome della discontinuità, dell’asintattismo, della scomposizione operata sui segni.

Il “tutto”, prima parcellizzato in un insieme di tele diverse, nei nuovi lavori alloggia in una sola immagine. Sono dittici o trittici sui quali si accumulano o si sovrappongono elementi diversi dipinti o disegnati con il consueto sistema della proiezione o tramite l’impiego di sagome. Alcuni derivano da paesaggi familiari all’artista, come la finestra del suo studio in vicolo delle Grotte e la pianta di ficus che teneva vicino a quella finestra, che compaiono in Suicidio n. 1 (1965).
Altre immagini sono innesti culturali, come le tavolozze o le color chart della pittura americana, i profili delle sculture di Brancusi, le squadre metafisiche, oppure sono ricalchi di strumenti, di un metro di legno, ad esempio, o delle lastrine metalliche forate.
Tra le figure ricorrenti, di cui non è stata identificata la fonte, vi sono i rami di un albero senza fronde, un motivo a fiocco, una forma embrionale.

1965

Torna negli Stati Uniti e visita il Messico insieme a Tano Festa. Durante il viaggio gira il suo secondo cortometraggio, Round Trip (una parte del girato potrebbe risalire al precedente soggiorno newyorkese). Durante le riprese ruota frequentemente l’asse della cinepresa a 90 gradi, talvolta ribalta upside-down le inquadrature. Entra in scena per la prima volta lo schermo del televisore acceso.

A novembre espone alla Galleria Odyssia di Roma e allo Studio Marconi di Milano, dove presenta Suicidio n. 1 e i primi Paesaggi anemici. Nel catalogo, riferibile a entrambe le mostre, lo scrittore e amico Goffredo Parise traccia il suo ritratto più celebre:

Dunque, Schifano è un uomo di trent’anni, di tipo sommariamente mediterraneo, se non arabo. In riposo il suo corpo, alto circa un metro e settanta, del peso di cinquantasei chili, visto da angolazioni e distanze diverse, rivela anzitutto un languore felino, innocente e attonito. Come un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto.

Goffredo Parise


Avvia la collaborazione con il gallerista Giorgio Marconi con il quale stringe un accordo di esclusiva.
“Esclusiva per modo di dire”, ricorderà Marconi, che all’epoca, durante una visita allo studio di Schifano, col bene placido dell’artista firma ciascuna delle tele che compongono il trittico Io non amo la natura per assicurarsi che non venga destinato ad altri.

Dà avvio a un nuovo ciclo di lavori: tele ricoperte da lisergiche lastre di perspex colorato, scelto per dare una nuova lucentezza alle immagini, farle brillare in modo diverso (i materiali plastici sono lavorati nel laboratorio romano di Maurizio Savioli). Dipinge con la vernice spray e con l’utilizzo di mascherine (fissate alle tele con le puntine da disegno o con le graffe di cui lascia a vista le tracce), dalle quali ricava figure in negativo (usando la silhouette come schermo) o in positivo (usando la silhouette a mo’ di stencil).
Fonte primaria dell’immagine è sempre una fotografia, come avviene per le opere Chiamato K Malewič e Senza titolo, che riprendono una foto di El Lissitzky e Kazimir Malevič scattata a Vitebsk nel 1920, o nel ciclo Futurismo rivisitato, dove compaiono le sagome di Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Gino Severini immortalati a Parigi nel 1912 in una celebre foto di gruppo.
Le sue non sono citazioni, ma rivisitazioni. Scopre la parola “rivisitato” nel titolo dell’album Highway 61 Revisited di Bob Dylan e, insieme al contenuto che esprime, la trova bella come un’immagine.

1966

A gennaio, Alberto Arbasino riporta in un articolo la volontà di Schifano di smettere di dipingere, per dedicarsi ad altre immagini più stimolanti, meno limitate: la fotografia e il cinema. Tra i primi avverte la crisi dell’immagine dipinta e cerca nel cinema la possibilità di esprimere l’uomo nel modo più spoglio e naturale.

Intensifica l’attività di filmmaker e di fotografo, ma non smette di dipingere.

Realizza i cortometraggi Ferreri, con la partecipazione dell’amico e regista Marco Ferreri, e Carol + Bill, con William Berger e Carol Lobravico attrice del Living Theatre, Renato Salvatori e Annie Girardot.

Le opere rivestite da lastre di perspex colorato sono esposte a novembre a Milano nella mostra Inventario con anima e senza anima (Anna C spray tela plastica) allo Studio Marconi e nel gennaio del 1967 a Roma alla Galleria La Tartaruga.

Scambio di ritratti con Renato Guttuso: Guttuso fa il ritratto a Schifano (lavorando, probabilmente, su una foto di Ugo Mulas) e Schifano realizza l’opera Ingegnere, partendo dalla foto che Guttuso sta utilizzando per il ritratto di suo padre, Gioacchino Guttuso, agrimensore.

1967

Vive e lavora per qualche mese a Milano ospite di Giorgio Marconi, che affitta per lui una casa-studio in via Amedei.

Realizza numerosi cortometraggi: Fotografo, con le modelle di Gattinoni; Anna (Anna Carini al naturale), dove, come in altri film a venire, l’obiettivo entra nell’inquadratura; Vietnam, un montato di immagini della guerra riprese dalla televisione; Film, in cui compaiono tra gli altri Anita Pallenberg e il chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards; Pittore a Milano, girato con l’obiettivo grandangolare fish-eye, nel quale include scene del funerale del padre di Giorgio Marconi e della tomba del poeta Filippo Tommaso Marinetti; Souvenir con Gerard Malanga poeta e figura cardine della Factory di Warhol girato a Roma in Piazza San Pietro.

A giugno partecipa alla mostra Fuoco Immagine Acqua Terra alla galleria L’Attico di Roma con due film: Made U.S.A. e Silenzio, oggi dispersi.

A Londra visita i Rolling Stones durante le riprese di Rock and Roll Circus, a Parigi scatta foto al set del film di Jean-Luc Godard, Week-end.

Allo Studio Marconi, a ottobre, proietta Anna Carini in agosto vista dalle farfalle, pellicola a colori, oggi dispersa, dove Anna Carini, compagna dell’artista, è ripresa con un obiettivo munito di lenti che moltiplicano l’immagine simulando il modo di vedere delle farfalle, che hanno occhi formati da centinaia di piccole lenti.

Con la complicità dell’amico e produttore Ettore Rosboch nasce il gruppo musicale Le stelle di Mario Schifano: Nello Marini (tastiere), Urbano Orlandi (voce, chitarra), Giandomenico Crescentini (voce, basso) e Sergio Cerra (batteria). A settembre il debutto al Teatro di via Belsiana di Roma. Il 28 dicembre l’exploit al Piper Club con la serata intitolata Mario Schifano. Grande angolo sogni & stelle luce stroboscopica azione immagini suono films ballo sitar piano vibrazioni. Oltre alle Stelle di Mario Schifano, sono presenti al Piper Peter Hartman, Shawn Phillips, Cesare Fiorese, Ettore Rosboch, Gerard Malanga, Paul Thek, Tano Festa, Franco Angeli, Antonmario Semolini, Francesca Camerana. La serata si trasforma in un happening aperto alla partecipazione anche di altri, dove immagini e musica si fondono. Sui musicisti e sui ballerini, sul soffitto e sul pavimento vengono proiettati i cortometraggi di Schifano, Anna Carini in agosto vista dalle farfalle, ma anche quelli con scene di guerra in Vietnam, una raffica continua di diapositive e spezzoni di film western.

1968

Gira il suo primo film Satellite di cui firma regia, soggetto, coordinazione cromatica, colonna sonora, montaggio, produzione. Lo elogia Adriano Aprà, tra i maggiori esegeti del cinema d’autore. 

Satellite realizzato in pochi giorni, è un film difficile perché essenziale, perché ogni inquadratura finisce per essere un mondo, la parte di una struttura rigorosa, un’idea.

Adriano Aprà


A dicembre espone la nuova serie di opere intitolata Compagni compagni allo Studio Marconi di Milano. Ogni dipinto mostra le stesse tre figure di manifestanti, due dei quali reggono in mano una falce e un martello, forse riprese da una fotografia delle guardie rosse o di altri abitanti della Cina maoista. La frase riportata su molti esemplari della serie: “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno alla società” è la citazione, parzialmente modificata, di un famoso discorso di Mao del 1957, divulgato in Italia nel 1967 con un pamphlet stampato dalla Casa editrice in lingue straniere di Pechino.

Attraverso l’amico Ettore Rosboch, riceve la commissione di realizzare un lavoro per la sala da pranzo della casa romana di Marella e Gianni Agnelli. Ricopre completamente le tre pareti della stanza (la quarta è prevalentemente occupata da una porta) con un mosaico di quindici tele. Viste le dimensioni, il lavoro viene realizzato nello studio di un amico, il pittore Franco Sarnari, dove Marcello Gianvenuti, fotografo e collaboratore di Schifano, realizza una serie di scatti che mostrano l’artista al lavoro. La parete di destra della sala è attraversata da una scritta tratta dai Canti di Maldoror di Lautréamont, che è anche un attestato di amore rivolto alle creature non umane che subiscono il potere ingiusto degli uomini: “Ma io mi mettevo un dito sulla bocca, come per dirle di serbare il silenzio su questo grave problema,
di cui non volevo ancora farle capire gli elementi, per non colpire, con una sensazione eccessiva,
la sua immaginazione infantile, e m’affrettavo a sviare la conversazione da quell’argomento penoso da trattare da ogni essere appartenente alla razza che ha esteso il suo ingiusto dominio sugli altri animali della creazione”.

1969

Gira altri due film, che insieme a Satellite compongono la cosiddetta trilogia: Umano non umano, prodotto da Ettore Rosboch, e Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani – Dedalo ‘69.

Umano non umano è presentato a Venezia alla 30ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica nella sezione Film sperimentali nel 1969.

Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani - Dedalo ’69 viene presentato a Venezia alla 31ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica nella sezione Cinema underground nel 1970.

Esce Dillinger è morto di Marco Ferreri dove compaiono spezzoni dei cortometraggi di Mario Schifano.

1970

Viaggia negli Stati Uniti insieme alla compagna Nancy Ruspoli per effettuare i sopralluoghi per il film Human Lab – Laboratorio umano.
Il soggetto è tratto da un racconto di Primo Levi (Alcune applicazioni del Mimete pubblicato da Einaudi nel 1966 nella raccolta Storie naturali). Lo dovrà sceneggiare con Tonino Guerra, poeta e sceneggiatore di fiducia di molti registi affermati tra cui Michelangelo Antonioni. A voler produrre il film è Carlo Ponti con un partner americano.
Un’ipotesi biologica paradossale del futuro, un’idea radicata nel presente, dagli sviluppi violenti, imprevedibili, questa, in breve, la trama: post era atomica e post era spaziale. Cape Kennedy è diventato un museo. Il guardiano, Gordon, duplica sua moglie Mary in un robot in carne e ossa di nome Eva, capace solo di imitare quello che vede. Mary è preoccupata, vuole un figlio, si chiede quando sparirà questo suo doppio, si interroga, viaggia – New York, San Francisco, Los Alamos – e ritorna. Un giorno, Eva vede alla televisione una scena di violenza, si reca nella stanza da letto dove si trovano il marito e la moglie, e li uccide. Si affloscia, infine, inerte tra un mucchio di rifiuti.
Durante i sopralluoghi Schifano scatta un grande quantità di fotografie: al Pentagono a Washington, al cimitero militare di Arlington, al quartier generale della Bank of America a San Francisco, a Los Alamos, in New Mexico, alla città abbandonata sorta intorno a una miniera di carbone e al museo dedicato a Robert Oppenheimer, dove si proietta il film celebrativo sulla bomba atomica, all’ospedale di Huston, alla NASA e a Cape Kennedy.
ll film Human Lab non viene realizzato, forse il suo antiamericanismo porta alla perdita del produttore USA o forse i tempi troppo lunghi delle grandi produzioni non si addicono a Schifano.

All’inizio dell’anno sperimenta nuovi gruppi di lavori trasferendo le fotografie su tela attraverso la tecnica dell’emulsione.

Era atomica ’A’ sono quattro tele emulsionate ritoccate con smalti e aniline, ciascuna impressionata con quattordici immagini tratte dal documentario su Robert Oppenheimer visto a Los Alamos in primavera. Si riconoscono i ritratti dello scienziato, Stalin alla conferenza di Potsdam, un particolare del bombardiere Enola Gay, che il 6 agosto 1945 sganciò l’ordigno su Hiroshima, il fungo dell’atomica.

I trittici Tableau peint pour raconter l’inquietude amoreuse de Susi e Fantasia del paziente naturale presentano un indecifrabile insieme di immagini, affiancate o sovrapposte, probabilmente riconducibili al congresso della Società Psicoanalitica Internazionale, tenuto nel 1969 per la prima volta in Italia, proprio a Roma.

In estate porta a compimento il ciclo Influenza estiva da Francesco R, idealmente dedicato al figlio di Nancy Ruspoli.

A novembre partecipa alla rassegna Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960–70, curata da Achille Bonito Oliva al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

A dicembre espone allo Studio Marconi i Paesaggi TV, l’esito più noto e linguisticamente più innovativo della sua produzione recente: tele emulsionate impresse con fotografie scattate a schermi televisivi, ritoccate a colori e poi sigillate all’interno di cassette di perspex.

Viaggia in Oriente.

1971 - 1973

Vive e lavora a Palazzo Ruspoli in Largo Goldoni a Roma.

Conosce Emilio Mazzoli, dando inizio a un’intramontata amicizia e a un lungo sodalizio professionale. In diverse occasioni dipingerà a Modena ospite del gallerista.

Fonti diverse attestano i finanziamenti dell’artista ai gruppi della sinistra extraparlamentare, soprattutto a Potere Operaio e a Lotta Continua.

Nell’ottobre del 1972 presenta un nuovo ciclo di tele emulsionate nella mostra personale alla Galleria L’uomo e l’arte di Milano. Le pareti dello spazio espositivo sono “tappezzate” di immagini. Tra le opere esposte vi sono quelle intitolate Ore 22.15 – Maestro italiano del Novecento, tratte da un documentario RAI su Giorgio de Chirico realizzato da Franco Simongini.

A marzo del 1973, il suo lavoro è incluso nella prima grande ricognizione dedicata ai rapporti tra pittura e fotografia, Combattimento per un’immagine, curata da Daniela Palazzoli e Luigi Carluccio alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino. Lo stesso anno partecipa a due delle quattro mostre in cui si articola la X Quadriennale. Achille Bonito Oliva lo invita a Contemporanea, la grande mostra internazionale e multidisciplinare promossa dagli Incontri Internazionali d’Arte nel Parcheggio di Villa Borghese, dove il suo lavoro è presente sia nella sezione arte che nella sezione cinema.

1974

Tra febbraio e marzo Arturo Carlo Quintavalle cura la prima grande retrospettiva sul suo lavoro al Palazzo della Pilotta di Parma. La mostra – la più grande mai dedicata a Schifano – raccoglie circa trecento opere realizzate tra il 1960 e il 1973. Più di dodicimila i visitatori.

Vive in un appartamento al piano nobile di Palazzo Primoli, dove ha allestito una sala di proiezione tutta foderata di damaschi a righe bianche e nere.

Mario Schifano quando non lavora, vede in media sei film al giorno: tre di pomeriggio e quattro la notte. Nella sua stanza da letto, difronte a un bellissimo letto Impero di legno scolpito che sembra una barca, ci sono otto televisori tutti uguali che funzionano contemporaneamente, sei macchine fotografiche e otto registratori.

Luisa Spagnoli


Nello stesso Palazzo abita lo studioso Mario Praz, anglista, critico d’arte, raffinato collezionista. Dal loro rapporto Luchino Visconti trae ispirazione per il soggetto del film Gruppo di famiglia in un interno.

1975

Il 12 marzo inaugura la mostra personale intitolata Inventario alla Galleria Sangallo di Firenze accompagnata da una presentazione di Lara Vinca Masini e Stefano Canapa. Sulle nuove tele sono impressionate le immagini fotografiche dei dipinti degli anni Sessanta scattate durante la campagna iconografica condotta da Marcello Gianvenuti per il catalogo della mostra retrospettiva di Parma. La tecnica adottata comporta un passaggio ulteriore rispetto a quello impiegato nella realizzazione delle precedenti tele emulsionate: la fotografia di ciascun quadro è registrata su nastro magnetico e il video è trasmesso dallo schermo televisivo, questo viene fotografato e la fotografia è utilizzata per emulsionare la tela.

Il 15 marzo apre a Roma, nella Galleria D’Alessandro Ferranti, la mostra di lavori risalenti agli anni Sessanta presentata da Achille Bonito Oliva. Si susseguono altre mostre dedicate alle opere di quel decennio, improvvisamente tornate d’attualità: alla Galleria Niccoli di Parma, alla Galleria Civica di Modena, alla Galleria Peccolo di Livorno, e presso AAM – Architettura Arte Moderna di Roma.

1978

Le fotografie scattate nel 1970 negli Stati Uniti durante i sopralluoghi per il film Human Lab, vengono stampate su carta baritata colore argento ed esposte nella prima mostra interamente dedicata a Schifano fotografo, curata da Arturo Carlo Quintavalle al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma.

Tra febbraio e marzo, in una mostra a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, presenta una raccolta di polaroid. Schifano ne scatta in continuazione, con la famosa SX 70 o con altre macchine fotografiche istantanee. Il suo è un reportage quotidiano: particolari delle sue case-studio, immagini televisive, altre prese dai giornali, misteriose visioni cosmiche, i suoi lavori, i suoi amici.

Partecipa alla Biennale di Venezia nella sezione Sei stazioni per artenatura. La natura dell’arte, curata da Achille Bonito Oliva, con un’opera degli anni Sessanta e nella sezione Arte e cinema, curata da Vittorio Fagone, con i cortometraggi Round Trip e Satellite.

1980

Entra negli anni Ottanta come una figura già storicizzata, di cui era chiaro il ruolo e il valore delle opere iniziali. Nelle sempre più numerose retrospettive sulle esperienze italiane delle ultime due decadi il suo nome è immancabilmente presente: con la stagione dei monocromi o con quella successiva legata all’immaginario di massa della televisione.

A gennaio apre la mostra Mario Schifano 1970 - 1980. Laboratorio umano e pittura alla Galleria Comunale di Cesena, curata da Achille Bonito Oliva e promossa da Emilio Mazzoli. Il ricco catalogo che l’accompagna documenta la produzione pittorica degli anni Settanta, i cicli Oasi e Al mare, i dipinti con le biciclette e i cavalli.

Schifano, favorito da un costitutivo nomadismo, da una felice amoralità e dalla mancanza di dogmi operativi, è passato a una pittura che riesce a trovare necessità e piacere d’esistenza direttamente nei confini del proprio operare.

Achille Bonito Oliva


Germano Celant lo invita alla mostra Identité italienne. Art en Italie depuis 1959 che si tiene tra giugno e settembre al Centre Georges Pompidou di Parigi.

Viaggiatore notturno è la mostra che apre a ottobre all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma curata da Federica Di Castro, dove espone disegni, polaroid e foto rilavorate con interventi successivi o precedenti alla stampa.

1982

Anno chiave e ricco di riconoscimenti.

A maggio, lavora per un paio di settimane a Torino, nei locali del Mulino Feyles sede della Galleria Tucci Russo dove espone le tele appena dipinte: Architetture, Ballerini, Orti botanici e Particolare di Maestro francese. Corrado Levi lo osserva lavorare e nel catalogo della mostra ne riporta una vivida testimonianza.

Ancor prima di disegnare incolla sui bordi della tela un largo scotch di carta adesiva, a volte anche a dividere l’interno del quadro in scomparti, a pittura finita si strappa lo scotch e rimane la tela bianca come bordo alla pittura o in strisce all’interno. Dipinge con colori liquidi alla nitro trasparenti che asciugano in pochi minuti. Usa pennelli larghi e più piccoli. A dipingere un quadro impiega pochi intensissimi minuti con un grande coinvolgimento corporeo. I quadri più importanti hanno qualche volta una intonazione principale, a volte un solo colore più il bianco della tela. Le tele se già intelaiate sono poste orizzontalmente su un grande tavolo per la stesura delle tinte. Il gesto è perfettamente controllato e nello stesso tempo è noncurante. Le tele vengono drizzate e colano, finendosi così da sole. Le tele non intelaiate dipinte tutte verticalmente su un muro, cominciano a colare durante l’esecuzione. Le colature a volte vengono innescate in luoghi opportuni. Qualche volta vengono ricoperte. Vengono usate altre procedure per fermare il movimento del colore sulle tele schiacciandolo o altre per sfuocare la superficie e i contorni. Il procedere è molto veloce. Ha bisogno di un aiutante che gli tenga a portata di braccio barattoli e pennelli richiesti velocemente con impazienza. Ad un certo punto, quando meno te l’aspetti strappa lo scotch con la stessa velocità, ed è finito.

Corrado Levi


In primavera partecipa ad Avanguardia / Transavanguardia, rassegna curata da Achille Bonito Oliva alle Mura Aureliane di Roma. In estate espone alla Biennale di Venezia.

A giugno apre la mostra retrospettiva curata da Marco Meneguzzo alla Loggetta Lombardesca di Ravenna accompagnata da un catalogo che, a otto anni di distanza dalla retrospettiva di Parma, ne prosegue l’esegesi storica.

L’11 dicembre inaugura la sua mostra personale nella Galleria d’arte Emilio Mazzoli a Modena.

1983 - 1984

La Galleria Bergamini di Milano gli dedica una mostra dove espone, tra gli altri, i cicli Giardini e Ninfee.

Il consenso tocca un nuovo apice.

Realizza Deserts, dieci quadri dipinti con smalti e vera sabbia del deserto, che hanno forti suggestioni autobiografiche e che a febbraio del 1985 espone al Royal Cultural Center di Amman.

Nei nuovi cicli, Fiori d’acqua e Campi di grano, e in lavori come Suono del flauto e boschetto interviene col colore in due tempi: prima con generose pennellate di smalto sul fondo, poi con gli acrilici spremuti dal tubetto per individuare forme e profili. L’innesto visivo rimane di natura fotografica – “sfoglio i giornali”, dichiara in un’intervista, “adesso ce n’è una che si chiama ‘Gardenia’: beh, è un miracolo!” – ma non utilizza più sagome né figure proiettate. Mai prima di allora, aveva lavorato l’intero quadro a mano libera, senza una traccia di base, strumenti tecnici o ricalchi.

Alla Biennale di Venezia curata da Maurizio Calvesi, Arte e arti. Attualità e storia, espone alcune opere dove è “rivisitato” il lavoro di altri artisti, tra cui Chiamato K Malewič e Ore 22.15 - Maestro italiano del Novecento.

In estate, si apre la mostra Naturale sconosciuto, a cura di Alain Cueff al Palazzo delle Prigioni Vecchie di Venezia.

Soggiorna a Gibellina, la città distrutta dal terremoto che il sindaco Ludovico Corrao sta ricostruendo con l’apporto degli artisti. Realizza sul posto, per poi donarli, dieci grandi quadri. “Credo che si tratti proprio di un inventario di tutto il mio lavoro di questi ultimi anni”, dichiara dopo aver dipinto campi di grano, frutti, orti botanici, soli radiosi, mari increspati, “come se questa serie mi avesse offerto la possibilità di ripercorrere globalmente la mia pittura, e con ciò di chiudere una fase. Adesso, tornato a Roma, ne aprirò un’altra”.

1985

n un ex garage di Saxa Rubra a Roma realizza tre grandi quadri: Incidente, Osservatorio e Terminale, che espone
a settembre alla Nouvelle Biennale de Paris. Lo vediamo al lavoro negli scatti di Marcello Gianvenuti.

A Firenze, in apertura del Progetto etruschi, la notte del 16 maggio, in piazza della Santissima Annunziata, Schifano, circondato da cinquemila persone, affronta quaranta metri quadri di tela in meno di tre ore, realizzando l’opera Amare chimere. Lo affiancano alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti, il suo gallerista Emilio Mazzoli, il suo assistente Renzo Colombo, Marcello Gianvenuti che fotografa l’evento ed Ettore Rosboch che lo filma. Achille Bonito Oliva è l’autore della radiocronaca in diretta.

Sposa Monica De Bei, nasce il figlio Marco Giuseppe.

1986 - 1989

Il 14 febbraio 1986 nella galleria di Lucio Amelio a Napoli apre la mostra 100 informazioni su Napoli e dintorni con cento piccole tele dipinte per l’occasione. In primavera, l’opera Sussulto, un paesaggio notturno illuminato dalla bocca attiva di un vulcano, viene esposta nella mostra Terrae Motus, curata da Achille Bonito Oliva, dedicata alla collezione raccolta da Lucio Amelio dopo il terremoto in Irpinia del 1980. Le opere sono presentate a marzo a Villa Campolieto a Ercolano e successivamente, nella primavera del 1987, al Grand Palais a Parigi.

Grande appassionato di ciclismo, nel 1989, viene incaricato dagli organizzatori del Tour de France di disegnare le maglie per le diverse categorie di corridori, compresa la famosa maglia gialla destinata al vincitore.

Quello stesso anno partecipa alla rassegna Arte italiana del XX secolo alla Royal Academy di Londra e alla rassegna Orientamento dell’arte italiana. Roma 1947-1989, itinerante in Russia.

1990

A giugno, Palazzo Esposizioni Roma riapre dopo un impegnativo restauro con tre mostre, una delle quali, curata da Achille Bonito Oliva e sostenuta da Ovidio Jacorossi, è Schifano. Divulgare 1990.
Insieme ai più recenti cicli di pitture espone i lavori realizzati con un nuovo sperimentale processo che prevede l’uso del computer e la stampa su fogli di PVC. Orizzontale, Ghiacciato, Palestina, Meteomalato e Tracce di minacce, sono tra le opere in mostra. Alcune hanno dipinte scritte in arabo coincidenti con il titolo, tutte rimandano in maniera diretta agli aspetti più critici dell’attualità, la crisi in Medio Oriente e l’emergenza climatica.

Si impegna attivamente in progetti a sostegno di Greenpeace, UNHCR Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e altre associazioni di volontariato.

A cura di Gió Marconi esce la monografia di Pierluigi Tazzi e Giorgio Verzotti, Schifano ’60 / ’70, Fabbri Editori.

1991 - 1992

Dipinge Sorrisi scomparsi, esplicito riferimento alla Guerra del Golfo.

Estroverso è il titolo della mostra alla Galleria d’arte Emilio Mazzoli di Modena, curata da Achille Bonito Oliva e accompagnata da un libro che raccoglie “un’estroversa famiglia di quadri, che non sono parenti tra loro”, tra i quali Il parto numeroso della moglie del collezionista, Il suono del flauto e boschetto, e opere più recenti, come Cultura.

Trasferisce lo studio a via delle Mantellate.

1993

A marzo apre alla galleria di Emilio Mazzoli la mostra Udienza, curata da Achille Bonito Oliva, dove espone il ciclo inedito dedicato ai cardinali. Fonte delle immagini è di nuovo la televisione. In catalogo, nelle iconiche dichiarazioni sovraimpresse alle immagini dei quadri, si legge: “Predicatori e opinionisti, sono stato l’audience a cui avete dato udienza. Ma quello che ho visto l’ho fatto, e quello che faccio si consuma. Adesso sono io, nei miei quadri a darvi udienza e voi, per la prima volta udienti, sarete la mia audience”.

Partecipa alla Biennale di Venezia con un progetto ideato in collaborazione con Enrico Ghezzi, Mario Schifano con aurea e senza aurea – The Making of: un filmato di un’ora su monitor collegati a una stampante, da cui si poteva scegliere un momento del filmato e portarne a casa un fotogramma stampato.

Da trent’anni Schifano muove le sue immagini, con una strategia filosofica di lunga durata […] ha dato alla pittura la forza di giocare con l’inconsistenza dell’attimo e ha tolto al cinema l’illusione di base, quella di poter fotografare il tempo. […] Umano-non-umano, Schifano-non-Schifano. Ogni immagine è scissa slittante fuori da sé, è il quadro e il suo fuoriquadro.

Enrico Ghezzi

1994 - 1996

Nella seconda metà degli anni Novanta partecipa alle principali rassegne dedicate all’arte italiana del Novecento, come The Italian Metamorphosis, 1943–1968, curata da Germano Celant nel 1994 al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, poi trasferita alla Triennale di Milano e al Kunstmuseum di Wolfsburg, e la mostra Minimalia, curata da Achille Bonito Oliva nel 1997, prima a Palazzo Querini Dubois a Venezia, poi trasferita a Palazzo delle Esposizioni e al P. S. 1 di New York.
Dall’autunno del 1996 la personale Musa ausiliaria, curata sempre da Bonito Oliva, presenta il suo lavoro in America Latina, in Spagna e in Nord Europa.

Numerose sono le commissioni attraverso le quali, in ambiti diversi, viene chiesto un suo intervento: disegna il poster per il G7 a Napoli, la maglia rosa per il giro d’Italia, la nuova immagine della Stet-Telecom per la presentazione della rete Internet in Italia.

Viaggia in Brasile. Di fronte all’imposizione delle autorità del Paese di uniformare il colore delle abitazioni della Favela Morro Santa Marta di Rio De Janeiro per mimetizzarne la presenza nel paesaggio, dipinge di bianco una piccola casa posta in cima alla collina del sobborgo di Rio.

1998

Muore a Roma il 26 gennaio, a 63 anni.