1959 - 1960
Il 1959 è un anno cruciale e fruttuoso lungo il quale le novità si succedono in rapida sequenza. Si interessa al suo lavoro Emilio Villa, mentore della Galleria Appia Antica, poeta, traduttore, studioso di lingue antiche, critico d’arte, curatore ed editore, che ebbe un ruolo eccentrico,
ma di assoluta centralità nella comunità dell’arte romana.
A gennaio, apre la collettiva Mambor, Schifano, Tacchi alla Galleria Appia Antica dove espone un gruppo di tele astratte basate su coacervi di segni prevalentemente neri su campo chiaro, ravvivati qui e là da “uno strillo rosso o giallo”.
Il 23 maggio inaugura la sua prima mostra personale, sempre all’Appia Antica. Anche in questa occasione presenta un gruppo omogeneo di lavori. Sono tele di grandi dimensioni nelle quali radicalizza l’austera, francescana gamma delle terre e sperimenta nuovi materiali, gesso, forse, sabbia o cemento impastati probabilmente con il vinavil.
Nel catalogo Villa evoca “i raptus”, “le stupefazioni”, “lo scavo nel mondo motoso”, “le mutevoli brevi valanghe”, “i modi torbidi, ibridi, grevi”, “la frenesia autentica” del giovane artista: è il suo definitivo riconoscimento.
In autunno, nel suo primo studio, un vano sul terrazzo condominiale di Piazza Scanderbeg 47, realizza i Cementi. Quadri materici, nei quali compare un elemento centrale – scavato, sferico o squadrato – in grado di connotare un campo altrimenti informe.
L’elemento centrale si amplia nelle opere successive costituite da una sovrapposizione di ferro e cemento, come in Cemento ferro 6 del 1960, dove la lastra di metallo, di fatto, è un quadro nel quadro.
Al 1960 risalgono i primi quadri monocromi. Nel ricordo di Uncini il primo fu una piccola tela sulla quale Schifano stese dello smalto nero, lasciando alcune parti leggermente scoperte, “una pittura un po’ tirata via, molto disinvolta, quasi una strafottenza”.
Alcuni monocromi sono dipinti su tele aggettanti ottenute centinando il telaio, talvolta due telai accostati. Il colore è uno smalto, il Ripolin, steso sulla carta (fogli disegnati, manifesti stampati, giornali o carta da pacchi) incollata sulla tela, che, al momento di aderire, forma pieghe e grinze. Molti monocromi, al centro o poco più in alto, hanno un numero, una lettera o una parola breve stampigliati utilizzando le mascherine che servono a segnare gli imballaggi. La loro è una pittura piena, affatto omogenea, luminosa. Giorgio Franchetti, maître à penser del collezionismo non solo romano, li definisce “voluttuosi”.
I nuovi dipinti fanno la loro apparizione alla celebre collettiva 5 pittori. Roma 60. Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini alla Galleria La Salita di Roma, nel novembre del 1960. La mostra decreta un cambio di rotta: viene alla ribalta una nuova generazione di artisti che elimina ogni forma di figurazione (anche astratta o informale) e assegna al quadro, nella sua realtà oggettuale, e al colore, uno e assoluto, il compito di definire l’immagine.