Dacci un segno - I VOSTRI racconti del tavolo

 
 


 

I BAMBINI DI II C sbs SCUOLA SACRA FAMIGLIA MARTINENGO

 

UNA MAGICA AVVENTURA

In un caldo pomeriggio di sole un bambino con gli occhiali a specchio di nome Matteo e il suo amico Ettore passeggiavano allegramente per le vie del paese, cercando un posto in cui giocare a calcio con il loro pallone nuovo di cuoio. Si fermarono in una via abbastanza spaziosa e iniziarono a passarsi il pallone divertendosi molto, ad un tratto il pallone finì contro il vetro della finestra di una casa lì accanto… Era la casa della strega Marilù.

I bambini, vedendo il vetro della finestra frantumarsi, capirono subito di essere nei guai e non sapendo cosa fare rimasero immobili davanti al disastro che avevano combinato perché tutti conoscevano la strega Marilu: era molto severa, soprattutto con i bambini.

La strega, che stava beatamente riposando nel suo lettuccio, si svegliò di soprassalto spaventata dal gran fracasso e affacciandosi alla finestra capì subito che i bambini erano responsabili di tutto quel frastuono. Marilù uscì velocemente dalla casa e arrabbiata com’era decise di punire i bambini con una trasformazione: puntò la bacchetta verso di loro e lanciò il suo incantesimo, ma il piano andò storto e colpì solo il povero Ettore che si trovò in un baleno trasformato in un... cagnolino!

Per fortuna Matteo coraggiosamente prese in braccio il povero cane, che non era un cane, e corse a più non posso lontano da quel postaccio.

Quando i bambini furono abbastanza lontano dalla strega decisero di andare a parlare con la fatina Desy che era proprietaria di un negozio di caramelle, il più bello del paese.

Quando la fatina vide entrare Matteo capì subito che era successo qualcosa, chiese al bambino di raccontarle tutta la storia e in pochi minuti aveva già trovato una soluzione.

La buona Desy infatti andò velocemente nel retro bottega e prese dalla cassaforte un grosso libro di cuoio molto antico, lo sfogliò e trovò l’antidoto adatto: ai bambini serviva la lacrima di un draghetto.

La fatina spiegò ai due bambini che dovevano andare in cerca della lacrima di un drago e farla poi bere al povero Ettore, grazie a quella lacrima sarebbe infatti tornato velocemente ad essere un bambino. L’isola dei dragherei era lontana e per trovare la strada la fatina trasformò gli occhiali a specchio di Matteo in occhiali speciali che proiettavano sulla lente la mappa per arrivare a destinazione. I bambini si misero in viaggio immediatamente e poiché dovevano attraversare un grande mare la fatina prestò loro una barchetta magica e senza pensarci troppo si diressero seguendo la mappa degli occhiali sull’isola.

Dopo a molte ore di navigazione arrivarono finalmente all’isola dei draghetti e scesi dalla barca videro subito una cucciola di draghetto che riposava beatamente su i rami di un albero quando, ad un tratto, si svegliò e guardò un po’ stranita i due nuovi arrivati.

La draghetta era molto dolce e non appena Matteo le raccontò quello che era successo decise subito di aiutarli, purtroppo la cucciola era sempre felice e, nonostante i due bambini cercassero di rattristarla con storie malinconiche, alla poveretta non usciva neanche mezza lacrimuccia.

A quel punto ai due bambini venne un’idea: se non potevano farla piangere di tristezza, allora potevano provare a farla piangere di felicità. Iniziarono subito a fare versacci, boccacce, a raccontare barzellette, a fingere di cadere.... furono così bravi che già dopo qualche minuto la draghetta non la smetteva più di ridere e rideva così tanto che gli occhi iniziarono a lacrimare.  Velocemente Matteo raccolse con il dito una lacrima e subito la diede ad Ettore che all’istante tornò ad essere un bambino.

Per festeggiare il lieto evento la cucciola di draghetto andò chiamare i suoi genitori e tutti gli altri abitanti dell’isola e insieme organizzarono una festa divertendosi tutti molto. Dopo qualche tempo Ettore e Matteo ripresero la navigazione per tornare verso casa felici che la loro avventura si fosse risolta nel migliore dei modi.

Arrivati a casa decisero di passare dalla strega Marilù per porgerle le scuse e provare a fare amicizia con lei, così suonarono alla sua porta e le consegnarono un bel mazzo di fiori e un bel sacchetto di caramelle gentilmente offerte dalla fatina Desy.

I bambini chiesero alla strega di essere più gentile la prossima volta e, forse grazie alle attenzioni che i bambini le avevano rivolto, iniziò a diventare più buona e dal quel giorno Matteo ed Ettore diventarono suoi amici, i suoi primissimi amici!


 


 
 
Viola Paramatti

IIIB  I.C.C Sinopoli Ferrini

 

Ormai era famoso in tutto il mondo animale; tutta Roma parlava di lui: dal Colosseo a Ostia. Tutti avevano il suo nome in bocca.

 Manonèuncane, era tanto conosciuto quanto non considerato, non accettato e allontanato. In realtà la sua storia è comune a tanti, ben più famoso di lui c’è Mowgli, il ragazzo cresciuto dai lupi. Nella lontana Scozia si parla anche di un maiale capace di fare il cane da pastore. Il nostro eroe era semplicemente un gatto dei nostri tempi abbandonato in un secchio della spazzatura sotto le feste di Natale. L’unica “mamma” disponibile trovata dalle gattare di Largo Argentina era una cagnolina con un altro cucciolo in un rifugio. Il gattino cresce così in un mondo di cani; ogni volta che passava qualcuno in cerca di un cagnolino da adottare, vedendolo esclamava: “Ma non è un cane!”

Il gattino si convinse di chiamarsi così; cresceva tranquillo. Manonèuncane, scodinzolava, mostrava i denti e da poco aveva persino imparato ad alzare la zampa quando faceva pipì. Suo fratello venne adottato presto invece sembrava che non ci fosse nessuna famiglia per lui, era stupito perché si era convinto di essere molto simpatico in quanto tutti quelli che passavano vedendolo ridevano. Un giorno anche la mamma venne adottata e Manonèuncane si ritrovò da solo al rifugio. Finché un giorno arrivò un gatto randagio trovato senza un occhio. Manonèuncane rimase meravigliato da questo nuovo ospite che aveva la coda, dei lunghi baffi e le orecchie a punta come lui. Il gatto non aveva molta voglia di fare conversazione così Manonèuncane lo soprannominò l’Orbo. Ripreso dallo shock l’Orbo vide il nostro eroe e gli chiese: “Tu che cosa sei?” e Manonèuncane rispose stupito: “Mi dispiace che ci vedi ancora così male, io sono un cane, che non si vede?” e l’Orbo scoppiò in una grossa risata e gli disse: “Ragazzo a me mancherà anche un occhio, a te però manca il cervello!” Manonèuncane rimase colpito da questa affermazione, e rispose: “Io non ho visto molto il mondo fuori, sono passato dal secchio della spazzatura questo rifugio”

-“Ragazzo non è il mondo che ti manca di vedere devi guardare dentro te stesso per capire chi sei. Ci manca solo che abbai come un cane!”

-“Hai ragione, non sono bravo ad abbaiare, mi sto ancora esercitando”

-“ Smetti di esercitarti allora, prova a fare un miao vedi come ti riesce bene!”

Allora Manonècane provò e gli uscì un miao bellissimo, forte, nitido e spontaneo, proveniente dal cuore. Manonèuncane capì tutto. Capì chi era veramente e non chi credeva di essere. Attraverso le lezioni dell’Orbo imparò ad essere un gatto senza però dimenticare quanto appreso dai cani. Di lì a poco una famiglia si innamorò di un gattino che scodinzolava, e Manonèuncane ebbe finalmente una famiglia. 

 
 


 

Viola Camerelli – Alice Sampaoli – Federico Graziotti
Scuola Primaria “ C. Salvetti “ Classe IV A Pieve Santo Stefano (AR)

 

INVENTA UNA STORIA Era sabato pomeriggio e Giulia era in ansia davanti al foglio bianco. Il compito diceva: “Inventa una storia”. A Giulia non piaceva inventare storie. Le sembrava di non avere fantasia. Si sentiva il cervello vuoto e la mano pesante. Guardò fuori dalla finestra, sospirando. Un piccolo gatto tigrato camminava in equilibrio sulla grondaia del tetto di fronte. Dalla finestra del secondo piano qualcuno urlò. Al primo piano, una signora scosse una tovaglia dal terrazzo, lasciando cadere qualcosa sull’erba del giardino. Un ragazzo in bicicletta svoltò l’angolo correndo all’impazzata, inseguito da un cane con il guinzaglio rotto… In quel momento accanto a Giulia comparve Treb, uno dei suoi amici immaginari. Era molto tempo che Giulia non lo vedeva. Treb le sorrise e sussurrò: “Sai come dicono i grandi scrittori? Non inventare: guarda.

Guardati attorno e prendi spunto da quello che vedi. Il mondo è pieno di storie, in ogni singolo istante.” Giulia guardò di nuovo fuori dalla finestra. E cominciò a scrivere: Un giorno, sul tetto di una casa, in equilibrio sulla grondaia, comparve una tigre…

Giulia uscì dalla sua cameretta e si avvicinò alla tigre e tentò di farsela amica.

La bambina gli allungò la mano e lei si avvicinò.

Giulia la portò nella sua cameretta e le diede un nome, la chiamò Fulmine.

Da quel giorno fu il suo animaletto preferito. La portava persino a scuola e giocavano sempre insieme.

La sua mamma era tanto felice di vedere la  bambina sempre allegra e che cominciava a scrivere testi sempre più fantastici.

Tutta la famiglia fu molto orgogliosa di lei, che aveva cominciato a prendere voti molto alti.

La famiglia però non sapeva che Fulmine era magica, infatti aveva il dono della parola, ma solo per comunicare con la bambina.

 Giulia aveva intenzione di rivelarlo, ma Fulmine la fermò in tempo e la supplicò di non farlo, doveva essere un segreto tra loro due, se lo avesse rivelato l’incantesimo l’ avrebbe fatta scomparire per sempre.

Questa è la storia scritta da Giulia.

La sua storia fu un successo. Prese dieci. E lo divise a metà con Treb.


 


 

VIOLA BARRACO, 9 ANNI
SCUOLA PRIMARIA DA ROSCIATE BERGAMO CLASSE 4A

 

STORIA DI UN’AMICIZIA MAGICA

Quel giorno faceva un freddo infernale, nessuno sano di mente avrebbe pensato di poter uscire e raccontarlo a breve, considerando che sarebbe rimasto molto a lungo all’ospedale, paralizzato dal freddo. Nonostante ciò, nello spazio angusto tra due case molto alte, c’era un essere vivente, al freddo, che dormiva saporitamente: era un cane.

Dirlo con tanta spontaneità fa pensare che non ci sia niente di strano in un normalissimo cane che dorme nella neve, data la sua folta pelliccia, invece no: quel cane non era un cane normale ... insomma, non era un cane. Sembrava perfettamente a suo agio, eppure tradiva un intenso sguardo di innaturalezza che non avrebbe assunto nemmeno un cane malato, infatti era una strega. La burrasca che era in corso durò circa sei ore e mezzo e quando fu cessata, e il freddo diminuì, una bambina particolarmente eccitata uscì di gran carriera per andare a giocare con la neve. Fu in quel momento che lo vide o, meglio, la vide. Anche lei era una strega: si chiamava Neve. Alla scuola di magia le avevano insegnato a riconoscere i magici trasformati dal loro aspetto, dal loro carattere e dalle loro abitudini. Vedendo lo sguardo inquieto dell’animale, si avvicinò e quello, capendo che era una strega di cui si poteva fidare, si ritrasformò. - Chi sei? -, le chiese Neve, Come ti chiami? -. - Mi chiamo Fiamma - rispose l’altra. - Cosa ci fai tutta sola? -, le domandò Neve. - E’ una lunga storia e ho troppo freddo per mettermi a raccontarla qui fuori -, disse fiamma. Così Neve la invitò a entrare in casa sua e a raccontargliela. Neve apprese che Fiamma era orfana e, dopo averlo chiesto ai suoi genitori, le comunicò che poteva restare. I genitori di Neve erano sempre gentili e affettuosi nei confronti di Fiamma. Tutti i giorni, al ritorno da scuola, Neve insegnava alla sua nuova amica quello che aveva imparato. In breve, le due bambine diventarono amiche per la pelle, non si separavano mai, per questo si consideravano sorelle. A Fiamma piaceva molto la stanza che condivideva con Neve: era grandissima, adornata con decorazioni di ogni tipo: quadri luccicanti, mobili intarsiati nel legno di larice, bellissimi disegni che Neve aveva incantato e abiti che si cucivano da soli. Un giorno, Neve ricevette una lettera scritta tutta svolazzi che diceva:

Cara Neve,
sarei felice se tu venissi a vivere con me per farmi compagnia.
Poichè sono stata informata che ospiti una bambina a casa tua, mi farebbe piacere se invitassi anche lei. Tua zia,
Rodensia.

Neve corse subito a dare la notizia a Fiamma, che fece salti di gioia. - Zia Rodensia abita a Londra -, le spiegò Neve. Il giorno dopo erano in partenza. Arrivarono a casa della zia di Neve poco dopo: era una villa enorme con una fontana davanti. Zia Rodensia si fece raccontare tutto del ritrovamento di Fiamma, poi si rivolse a lei e le fece una domanda che Neve si poneva da tempo: Cosa ci facevi tutta sola? -. - Cercavo un posto sicuro -, rispose Fiamma come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Zia Rodensia ci pensò su e prese una decisione: avrebbe adottato Fiamma. Il giorno dopo lo comunicò alle bambine, che fecero salti di gioia. Si recarono al tribunale per compilare i moduli necessari e alla fine Fiamma entrò a far parte della famiglia di Neve. 

Da quel giorno Fiamma e Neve vissero felici, sicure che avrebbero vissuto insieme tante avventure.

Fine
 



 
Valentino Ripullone, 11 anni
classe I media, Sezione italiana del Lycée International Saint Germain en Laye 
 

La storia di Giulia

Era sabato pomeriggio e Giulia era in ansia davanti al foglio bianco. Il compito diceva “Inventa una storia”. A Giulia non piaceva inventare storie. Le sembrava di non avere fantasia. Si sentiva il cervello vuoto e la mano pesante. Guardò fuori dalla finestra, sospirando. Un piccolo gatto tigrato camminava in equilibrio sulla grondaia del tetto di fronte. Dalla finestra del secondo piano qualcuno urlò. Al primo piano, una signora scosse una tovaglia, lasciando cadere qualcosa sull’erba del giardino. Un ragazzo in bicicletta svoltò l’angolo correndo all’impazzata, inseguito da un cane con il guinzaglio rotto…

In quel momento accanto a Giulia comparve Treb, uno dei suoi amici immaginari. Era molto tempo che Giulia non lo vedeva. Treb le sorrise e sussurrò: “Sai come dicono i grandi scrittori? Non inventare: guarda. Guardati attorno e prendi spunto da quello che vedi. Il mondo è pieno di storie, ogni singolo istante.”

Giulia guardò di nuovo fuori dalla finestra. E cominciò a scrivere:

Un giorno, sul tetto di una casa, in equilibrio sulla grondaia, comparve una tigre. Tutti potevano vederla. All'improvviso dalla finestra del secondo piano urlò un ragazzo e chiamò la madre. Le altre persone, sentendo le grida, uscirono fuori per vedere che cosa stava succedendo: erano tremendamente spaventate dalla tigre. La tigre saltò nel giardino e dalla finestra del primo piano una signora fece cadere una tovaglia sull'erba affinché la tigre fosse intrappolata. La tigre si mosse velocemente e riuscì a evitarla.

Passava in bicicletta un ragazzo seguito da un cane, la tigre vedendoli si mise a inseguirli, saltò per prenderli ma all'improvviso apparve un domatore che richiamò la tigre. Il domatore prese un cerchio infuocato e la tigre ci saltò dentro. Tutti applaudirono il domatore salvatore che ritornò con la tigre al circo dal quale era scappata.

Giulia concluse il compito. La sua storia fu un successo. Prese dieci. E lo divise a metà con Treb.


 


 
Valerio C., 13 anni
 

Su un’isola circondata da mare tempestoso un bambino con gli occhiali a specchio, da tempo non faceva un pasto completo. Tutto d’un tratto Jim, così si chiamava, si risveglia per via dei morsi della fame ai piedi di uno spettacolo raccapricciante: la sua imbarcazione completamente distrutta che giaceva sulla riva della spiaggia. Il ragazzino di a mala pena nove anni si mise a cercare tra i rottami qualche superstite urlando i nomi dei genitori e delle poche persone che conosceva all’interno della vecchia nave da crociera. Tutto inutile, quel bambino infreddolito, affamato e pieno di tagli era il solo sopravvissuto di quella colossale barca andata a schiantarsi su questa isola. All’improvviso, poco prima di mettersi a piangere, il bambino sentì dei rumori avvicinarsi verso di lui; rumori di passi di almeno una quindicina di persone che correvano. Quando il ragazzo li vide notò che erano molto strani: avevano la pelle di un color tra il marrone e l’arancione chiaro, erano vestiti con pelli di animali come tigri e giaguari ed erano tutti (compresi alcuni bambini), armati di lance in pietra, archi e cerbottane. Questi individui si fissarono per un attimo e poi si avvicinarono al bambino; avevano capito da subito che era messo male e che aveva bisogno d’aiuto così, riponendo le affilate armi, lo invitarono al loro villaggio. Il ragazzino aveva capito che quella era brava gente e che nonostante i loro strani versi e i segni che facevano agitando le mani, c’era da fidarsi. Arrivati al villaggio, al piccolo naufrago brillarono gli occhi, quella piccola città era identica a quelle che si immaginava quando leggeva i libri d’avventura. Le capanne erano costruite su solide pietre, resistenti tronchi di quercia e moltissime foglie larghe come tovaglie ben assemblate; il tutto reso più magico da una ricca e vasta vegetazione e una cascata che terminava il suo corso in un lago non distante da lì. L’unica parola che uscì dalla sua bocca fu “wow”.  Appena giunti presso una grossa capanna sul picco di una verde collina da cui era possibile vedere qualsiasi cosa, un altro di quegli individui invitò solo il bambino ad entrare. L’interno della casa era molto particolare, su ogni piccolo spazio delle pareti erano accasciati sopra delle mensole, tantissimi barattoli contenenti insetti, erbe, spezie cortecce d’albero e minerali di ogni genere. Sopra un tavolino costruito chiaramente per uso pratico e non decorativo si potevano osservare un mortaio e qualche arnese rudimentale simile a quelli di un medico. Jim non capiva; poi però, l’umo che l’aveva invitato ad entrare gli fece cenno di andare nella stanza seguente. Il ragazzo pensoso allora ci andò senza chiedere spiegazioni perché inutile. Giunto sull’uscio della stanzetta al bambino brillarono gli occhi: se pur doloranti e malandati, vide i suoi genitori, che gli spiegarono come furono trovati per primi e soccorsi da questi “Tiwuayani” sì, così avevano detto. A quanto pare erano sulla leggendaria isola di Tiwuacq; l’unica cosa che uscì dalla bocca del ragazzo fu “ma allora siamo finiti nel triangolo delle Bermuda?”. I suoi genitori a quel punto gli spiegarono che erano stati trascinati lì da un uragano e che loro erano gli unici sopravvissuti. Il ragazzo disse che dovevano trovare un modo per andarsene, ma il padre spiegò che l’isola era situata al centro dell’occhio di un enorme ciclone che oltre a renderli invisibili al resto del mondo, impediva a chiunque abitasse sull’isola di uscirne, anche perché le barche più resistenti che avevano erano comunque in legno. Un momento di silenzio… “non partiremo” disse il padre con tono serio. Aggiunse poi che non avendo alcuno che li aspettasse in patria, quella era la loro nuova casa: avrebbero contribuito al benessere del villaggio e dei suoi abitanti e avrebbero conosciuto nuovi amici. Ci volle un po’ per abituarsi ma infondo, al piccolo Jim stava bene…dopotutto ora si sarebbe potuto sentire come gli esploratori dei libri che leggeva.


 


 
Valerio
 

STORIA DI NATALE

Natale si avvicinava, ma la fabbrica di panettone non sembrava voler riaprire i battenti. 

Due mesi prima il padrone, con il cuore stretto, aveva annunciato ai dipendenti di essere costretto a chiudere l’azienda di famiglia, lamentando la crisi del settore e la forte concorrenza dei dolci allo zenzero di origine nordica. 

Per due mesi, ignorando i divieti di ingresso appesi alle porte, un giovane pasticcere si era introdotto di nascosto nei locali della fabbrica, per mantenere in vita la pasta madre necessaria alla lievitazione del panettone.

Ma la vigilia di Natale, persa ogni speranza, con un gesto tanto triste quanto simbolico, il giovane pasticcere decise di seppellire la pasta madre sotto la fabbrica stessa. 

Durante la notte, però, una cucciola di drago si addormentò accanto alla fabbrica; ad un certo punto, la cucciola si svegliò e vide la pasta madre seppellita tre metri sotto la coltre di neve, così scavò e prese la pasta madre.

Camminava senza fretta, finché arrivò alla fabbrica, dove, lavorando la pasta con il suo calore, diede di nuovo …vita alla pasta e…al Natale!!!

 La piccola venne, così, ricordata da tutti per aver salvato la festa più importante del mondo…..IL NATALE!!!.


 


 

Valeria Martinelli   IIIB   Sinopoli
 
I RACCONTI DEL TAVOLO Concorso Palazzo Esposizioni

Nello spazio angusto tra due case molto alte, una misera sagoma scura trascinava il suo corpicino ansimante sull’asfalto. Era un bambino. Avrà avuto circa sette anni, poco più poco meno, non lo sapeva nemmeno lui. Nella penombra si intravedeva una figura gracile, capelli sottili, scuri, e pelle bianca. Pelle che quando non era bianca era verde e quando non era verde era viola. Il corpo fremeva, fragile sotto il vento autunnale che sembrava poterlo spazzare via, e tu più lo guardavi più ti convincevi che l’avrebbe fatto, che d’un tratto la corrente si sarebbe stufata di giocare a questo gioco, perché non c’era partita, e lo avrebbe finalmente scaraventato giù dal ponte, mettendo fine alle sue disgrazie. Il ponte quello piccolo e stretto, che collega il mercato alla parrocchia, di cui non c’è fiume che passi sotto che non è asciutto. Un bel posto devo dire. Il bambino era ancora lì, camminava così, che se lo fissavi ancora un po’ avevi l’impressione che fosse fermo. Gli occhi verdi tendenti al grigio sembravano di vetro. Non mangiava da giorni. Era messo male. Davvero male, anche per un bambino di sette anni che non gioca a baseball ma invidia i cani. Fissava un punto, dall’altro lato della strada, c’era un palazzo in costruzione; uno di quelli alti con poche finestre, che a guardarlo da lì sembrava uno scatolone di latta, come quelli che si usavano una volta per i biscotti. C’era un’impalcatura elevata, bella, molto più bella di come sarebbe stata la casa alla fine; era verde militare, e con tutte quelle travi sembrava un formicaio e gli operai formiche. E sotto, sotto ancora agli operai e all’impalcatura passavano le mamme e le mogli, con i cestini del pranzo ricolmi di pane e marmellata e crostini e ciambelline al vino, che passavano dal fioraio spesso e ridevano quasi mai. C’erano gli operai, c’era l’impalcatura, c’erano le mamme e c’erano le mogli, i cestini del pranzo ed il fioraio, e per ultimo, c’era un piolo. Un piccolo, minuscolo piolo che sporgeva alla base dell’impalcatura. Era da cinque giorni che il bambino fissava quel piccolo errore. Ora non c’erano gli operai, solo qualche mamma, qualche fiore e qualche pezzo di pane. Avrebbe potuto solo sfilare quel piolo, e sarebbe stato tutto così facile. Sarebbe caduta qualche asse, nulla di troppo estremo, forse due o tre assi, sarebbero cadute e avrebbero pensato loro alle mamme e ai fiori, lui avrebbe pensato al pane. Aveva gli occhi verde tendente al grigio. Gli occhi di uno che è appena nato. Gli occhi di uno che sta per morire. Sfilò il piolo. Da quel momento non si capì più quasi nulla, c’era qualcuno che urlava, le assi cadevano giù come bombe, qualcuno cadde a terra. Lui correva, correva solo, con tutte le forze che gli erano rimaste, che erano ben poche. Tutto questo per cosa poi, due pagnotte di pane, ne valeva davvero la pena? Si, si la valeva, avrebbe fatto questo ed altro anche per mezza pagnotta sola. Ad un certo punto non riuscì più a distinguere il sotto dal sopra, e cadde a terra, quella che gli sembrava il cielo. Quando aprì gli occhi grigio tendente al verde era in una cella. Era frastornato, ma non molto stupito. Lo avrebbero trattenuto lì per non molto in realtà, ma l’unica cosa a cui pensò fu che se l’avessero fatto uscire, avrebbe fatto qualsiasi cosa per  tornare dentro. Pane, acqua e una zuppa rancida, pensò, guardando il vassoio accanto a lui. In sette anni non aveva mai mangiato tanto in un solo giorno. Non sapeva dov’era, ma pensò forse in Paradiso. 


 


 
Tommaso, 12 anni
 

INVENTA UNA STORIA

Era sabato pomeriggio e Giulia era in ansia davanti al foglio bianco. Il compito diceva: “Inventa una storia”.

A Giulia non piaceva inventare storie. Le sembrava di non avere fantasia. Si sentiva il cervello vuoto e la mano pesante. Guardò fuori dalla finestra, sospirando. Un piccolo gatto tigrato camminava in equilibrio sulla grondaia del tetto di fronte. Dalla finestra del secondo piano qualcuno urlò. Al primo piano, una signora scosse una tovaglia dal terrazzo, lasciando cadere qualcosa sull’erba del giardino. Un ragazzo in bicicletta svoltò l’angolo correndo all’impazzata, inseguito da un cane con il guinzaglio rotto… In quel momento accanto a Giulia comparve Treb, uno dei suoi amici immaginari. Era molto tempo che Giulia non lo vedeva. Treb le sorrise e sussurrò: “Sai come dicono i grandi scrittori? Non inventare: guarda. Guardati attorno e prendi spunto da quello che vedi. Il mondo è pieno di storie, in ogni singolo istante.” Giulia guardò di nuovo fuori dalla finestra. E cominciò a scrivere:

Un giorno, sul tetto di una casa, in equilibrio sulla grondaia, comparve una tigre affamata che era scappata da un circo, aveva adocchiato dei piccioni che voleva mangiare. Gli uccelli quando si accorsero della tigre volarono via. La tigre saltò in aria per prenderli e precipitò sulla strada dove, nel frattempo, si era radunata molta folla. La tigre era immobile e non sapeva dove andare, quando ad un certo punto arrivò il proprietario del circo che la prese, si scusò e la riportò nella sua gabbia.

Il signore di un primo piano lì vicino si affacciò per capire cos’era tutto quel trambusto. La signora sopra di lui, dal secondo piano sgrullò la propria tovaglia in testa al signore e sul giardino dove in quel momento stava passando un ragazzo in bicicletta. Allora il signore cominciò a urlare e Il ragazzo, ostacolato dalle molliche che gli caddero in testa, cadde dalla bicicletta e venne morso dal cane col guinzaio rotto che lo stava rincorrendo. 

La sua storia fu un successo. Prese dieci. E lo divise a metà con Treb.


 


 

SUORE OBLATE DELLA SACRA FAMIGLIA A.S. 2020/2021  IIIª MEDIA

Maria Agnese Biju, Amalia Birsan, Eric Birsan, Carmen Colasanti, Chantelle Crisolo, Arianna Cristenco, Giovanni Garcia, Treesa Kalathoor, Elisa Mathew, Davide Oprea, Simone Valori, Andrea Sam Vidal, Callia Gaby Vidal.
 

GIULIA NEL MONDO DI TREB

Giulia, tornata a casa dalla scuola, iniziò subito a fare i compiti e cominciò proprio dal tema fantasy, che gli aveva assegnato la maestra. Spaesata nelle sue idee fu spaventata da Treb, che disse: «Che fai, usciamo a giocare?» Giulia rispose malinconica: «Non posso, devo fare i compiti…» Treb disse: «Ti posso dare una mano?» Giulia rispose felice: «Sì, per favore». Treb allora chiese che cosa dovevano fare e Giulia rispose che il compito era un tema fantasy. Treb disse: «Facile, basta che ti isoli e ti concentri sul testo!» Così Giulia si concentrò e iniziò a scrivere…

Un giorno sul tetto di una casa, in equilibrio sulla grondaia, comparve una tigre. Questo essere vivente spaventava e affascinava al tempo stesso tutti gli abitanti del mondo magico. La tigre emetteva quel caratteristico ronzio, rilassato e sereno, con gli occhi socchiusi, tutti erano certi che la tigre emettesse fusa di felicità, e lo paragonavano a un piccolo gattino. Ma come siamo arrivati qua? Da dove compare questa tigre? Come è iniziata questa storia? Iniziamo tutto da capo! Giulia, una giovane e bellissima ragazza, stava giocando da sola, nel suo piccolo quartiere. Come sempre sola, stava giocando con i suoi amici immaginari, ma quel giorno c’era solo il suo vecchio amico immaginario Treb. Tutti crederanno che avere un amico immaginario è una cosa da bambini, ma non per Giulia, per lei gli amici immaginari erano le porte che la guidavano nel mondo della magia, amicizia e immaginazione. Mentre stava giocando con il suo migliore amico, lei vide un ragazzo in bicicletta che svoltò l'angolo correndo all'impazzata, inseguito da un cane con il guinzaglio rotto. Il ragazzo aveva la stessa età di Giulia, indossava un maglioncino blu e pantaloncini neri con un casco verde in testa. Vedendo la situazione, Giulia cercò di aiutarlo, prendendo il cane e lo accarezzò. Dopo un po’ quei due iniziarono a parlare:

«Perché stavi correndo come un pazzo, di qua e di là?» disse Giulia.

«Ma non vedi, quel cagnaccio mi stava inseguendo, forse mi voleva mordere o ancora peggio…mangiare!»

A queste parole Giulia iniziò a ridere, tenendo in mano il cucciolo e dicendo: «Questo tenero cagnolino, mangiarti?»; e iniziò di nuovo a ridere. Giulia chiese il suo nome, e lui rispose che si chiamava Martin. Si presentarono. Non so come lo intendiate voi, ma a me sembra che loro due avessero fatto amicizia e tutto il giorno parlarono di tante cose e scoprirono di avere tanto in comune e giocarono insieme. Mentre stavano giocando a Mosca cieca, i due si colpirono per sbaglio, e svennero entrambi. Quando si svegliarono, si trovavano nello stesso posto, ma era molto differente da come era prima. Allora sentirono una voce e videro un ragazzo con gli occhi azzurri e i capelli biondi avvicinarsi, lui gli disse: «Nel mio mondo domina l’immaginazione: ogni desiderio degli abitanti si materializza come per magia.  Non ci sono re, nessun presidente, tranne me e a proposito, non ci sono soldi nel mio mondo, tutto è gratis. Ma non ti è permesso avere più degli altri.  Nulla viene rubato, viene solo richiesto e condiviso. Nel mio mondo tutto è come vuoi tu, qui ogni persona si sente come a casa, questo è come un paese delle meraviglie!»

Giulia e Martin ascoltarono con entusiasmo la descrizione di questo mondo del ragazzo biondo. Poi quando finì, il ragazzo biondo disse a Giulia: «Sono felice che tu sia venuta a farmi visita.» Giulia rimase sorpresa e chiese il suo nome.

Il ragazzo disse: «Come non mi riconosci? Sono io, il tuo amico immaginario Treb, il tuo migliore amico, ricordi?» A quel punto Giulia capì che quando era svenuta aveva perso momentaneamente la memoria e subito dopo si ricordò del suo amico immaginario, che gli era stato sempre accanto, che sempre gli dava una mano. Lo abbracciò e gli chiese scusa per non averlo riconosciuto subito. Invece Martin stava lì a guardare e non capiva la situazione. Osservando questo, Giulia presentò Treb al suo nuovo amico Martin. Dopo aver fatto amicizia, Treb mostrò ai suoi amici il suo mondo pieno di magia e felicità. I ragazzini videro molte cose interessanti, tappeti volanti, fatine che volavano sopra di loro, alberi di zucchero filato, farfalline gommose, c'era anche una cascata di succo d'arancia. L'erba era all’ aroma di vaniglia. I fiori al gusto di panna. Gli abitanti facevano tutti parte dell’immaginazione di Giulia. Principesse e cavalieri, eroi e eroine, e molti altri personaggi che Giulia ha incontrato nelle favole. C'erano diversi animali mitici: la Fenice che portava il simbolo di risurrezione. I ragazzi videro anche Pegaso che volava sopra le loro teste. I Grifoni che giocavano a nascondino con i loro padroni. Gli unicorni che si rincorrevano. Treb continuò a descrivere gli abitanti del suo mondo, dicendo : «Ci sono anche animali normali, ma che nel tuo mondo non puoi vedere sulla strada o sugli alberi; sono animali della giungla o quelli che troviamo allo zoo.  Qui invece puoi incontrarli ovunque. Questi animali, che nella vita reale li considerate feroci, in questo mondo sono così buoni e carini che non farebbero del male a nessuno. Sono come dei cuccioli!»

Adesso siamo tornati al nostro punto di partenza. Sul tetto di una casa comparve una tigre. Questo essere vivente spaventava e affascinava al tempo stesso tutti gli abitanti del mondo magico. L'espressione della tigre emetteva il caratteristico ronzio, era rilassato e sereno, con gli occhi socchiusi, tutti erano certi che la tigre emettesse fusa di felicità e lo paragonavano a un piccolo gattino. La tigre iniziò a scendere le scale di emergenza, per arrivare dal suo padrone. Treb la chiamò e la accarezzo sulla testa. Giulia e Martin rimasero sorpresi della tigre domestica, che quasi sembrava un gatto. I nuovi ospiti del mondo magico erano molto impressionati e volevano esplorare di più questo mondo. Tutti e tre hanno visitato i luoghi più belli di questo posto, hanno cavalcato gli unicorni e volato con il pegaso e i grifoni, hanno giocato con la tigre e altri animali. Ma ad un tratto, incredibilmente, Giulia svenne di nuovo, battendo la testa mentre cavalcava un unicorno. Dopo un po' di tempo lei si alzò e si ritrovò a casa sua, dove una voce dolce gli parlava:

«Giulia, hai finito i compiti? Vieni a fare merenda!» era la sua mamma. A quel punto Giulia si rese conto che tutto ciò che aveva vissuto era in realtà un bellissimo sogno. Quando si alzò dalla sedia, era molto arrabbiata, perché tutto quello che aveva vissuto non era reale, ma all’ improvviso vide un casco verde come quello di Martin... Forse non era proprio un sogno, così Giulia, finita la merenda, uscì di casa con un impermeabile giallo e degli stivaloni, perché aveva paura che piovesse.

Mentre svoltò l'angolo incontrò Martin impaurito. 

«Che cosa hai fatto? Sei pallido!» chiese Giulia.

Martin rispose con un tono cauto: «Ho visto un fantasma». 

Giulia preoccupata e allo stesso tempo incuriosita chiese «Dove?!» 

«Dietro la pasticceria del signor Paolo.» Lei fece uno scatto più veloce possibile, arrivata allo svincolo si fermò, con il fiatone, e si affacciò e all'improvviso si trovò Treb davanti a lei in carne e ossa; Giulia sbalordita disse: «Ma che ci fai te qua?», Treb rispose: «Visto che tu sei venuta a trovarmi nel mio mondo, ora sono venuto io, così mi fai vedere il tuo». Così Treb e Giulia iniziarono a esplorare il mondo, iniziarono dalla pasticceria del signor Paolo. Giulia spiegò: «Fa dei dolci buonissimi, ma non è come nel tuo mondo che non si paga». Una volta preso il cornetto Treb fu sorpreso dall’amarena che uscì dal suo interno, così una volta finito Giulia decise di portarlo in piazza, ma per sua sorpresa incontrò sua madre che appena la vide le corse dietro per sgridarla per non aver finito i compiti; fu subito interrotta da Giulia che gli volle presentare il suo amico, ma una volta finita la frase la madre scoppiò a ridere. Giulia preoccupata le chiese: «Ma perché ridi?» Lei rispose: «Ma di che cosa stai parlando, non c'è nessuno!» «Ma come non lo vedi?» domandò Giulia. 

La mamma si preoccupò: «Ma sei diventata matta?!» Giulia corse verso casa delusa e piangendo. Il giorno dopo, triste, andò a scuola con il foglio in mano. La maestra appena lesse il tema fu sorpresa, gli mise subito 10 e Giulia disse: «L’ho fatto insieme a Treb!»

 
 


 

SCUOLA SUORE OBLATE DELLA SACRA FAMIGLIA (VIA DEI CARRARESI 3, ROMA)

CLASSE: II MEDIA

MARCO ALBERTONI, GABRIEL ATIENZA, GIULIA BAGLIVO GIADA D’ARTIBALE, VIOLA DI GIOVANNI, DANYLO NAYDA, ELISA NICOLI, CEDRIC VECINAL, ALEXIA WING
 

CONTEST LETTERARIO “I VOSTRI RACCONTI DEL TAVOLO”

IL MISTERO DEL MEDAGLIONE

Nel 1442 in una caverna senza fondo, c’era una creatura che assomigliava a un cane, camminava senza fretta finché vide qualcosa luccicare e fare strani rumori: era un medaglione speciale, lo indossò e si teletrasportò nel 2080. Trovò tutto diverso. Le verdi e odorose foreste erano state bruciate e la natura aveva lasciato il posto ad enormi e cupi edifici che non aveva mai visto prima. In fondo era un semplice cane, cosa poteva saperne del futuro? Incuriosito e spaventato iniziò a gironzolare intorno, meravigliato di quanto il mondo fosse diverso da come se lo sarebbe mai immaginato. Non sapeva di certo cosa lo avrebbe aspettato di lì a pochissimi secondi. All’improvviso infatti, a tutta velocità, sgommando sull’asfalto rovente, gli si accostò una macchina. La portiera si aprì e ne uscirono tre uomini dall’espressione minacciosa: erano tre viaggiatori temporali, inviati al suo inseguimento per impadronirsi del medaglione. Al suo interno infatti c’era un radar che permetteva la sua localizzazione in qualsiasi momento. Quello che però ancora non sapevano è che il cane era in realtà un mini dinosauro mutaforma, costretto a spacciarsi per un docile cagnolino per poter sopravvivere. Approfittando della sorpresa, la creatura scappò via più velocemente che poteva. Tuttavia durante la frenetica corsa, il medaglione si spezzò in due parti. C’era solo un posto dove poteva essere riparato e per fortuna era il medaglione stesso ad indicare la strada da percorrere. Tuttavia, lungo il cammino, i viaggiatori temporali, che non erano di certo restati con le mani in mano, avevano inserito due prove. Mentre stava camminando arrivò a Yothenaim, una piccola stradina buia e tetra, e trovò una trappola che fece uscire da un passaggio segreto un Crogluid, una creatura brutale e spaventosa. Doveva trovare assolutamente un modo per sconfiggerla, era troppo importante riparare il medaglione. La creatura scoprì che il punto debole del Crogluid era l’acqua. Vide un lago nelle vicinanze così ce lo spinse dentro e il mostro evaporò. La prima prova era stata superata e poteva proseguire il cammino. Non fece in tempo a tirare un sospiro di sollievo che improvvisamente sotto i suoi piedi si aprì una voragine che lo fece precipitare molto in basso, ai piedi di una maestosa montagna. Per scalarla doveva arrampicarsi su dei sassi, ma alcuni erano una trappola sputafuoco. La creatura provò a scalare la montagna ma era impossibile riuscire nell’impresa. All’improvviso il medaglione aprì un passaggio per entrarci dentro. Si ritrovò così in un negozio di oggetti magici dove incontrò un signore anziano. Scoprì che era il creatore del medaglione. Quello che nessuno avrebbe mai potuto prevedere era che solamente coloro che avessero indossato il medaglione con coraggio e tenacia avrebbero potuto incontrare il suo creatore. Una volta aggiustato, il signore decise di premiare la creatura regalandoglielo così che potesse tornare a far visita all’ anziano tutte le volte che avesse voluto. 

 
 


  
SCUOLA SUORE OBLATE DELLA SACRA FAMIGLIA (VIA DEI CARRARESI 3, ROMA)
CLASSE: I MEDIA  
STELLA CROTTI, ASHLEY DELA CRUZ, SHANELLE GARCIA, GIANLUCA IANNONE, VITTORIA MISSERI, TRISTAN SANGALANG, JAMIELYN SIBAYAN
 

CONTEST LETTERARIO “I VOSTRI RACCONTI DEL TAVOLO”

LA CUCCIOLA KIRA

C’erano una volta due regni in lotta fra loro per ottenere la supremazia sul pianeta Terra, il regno umano e quello dei draghi. La guerra durò molti anni e gli umani erano sul punto di sconfiggere il regno opposto al loro. Nel popolo dei draghi c'erano tre famiglie e ognuna possedeva un potere specifico: la più maestosa era quella della luce, la più popolare quella del ghiaccio e la più ardente quella del fuoco. Ciascuna delle tre famiglie depose un unico uovo in tre luoghi diversi; quello della luce precipitò in una caverna senza fondo, quello di fuoco nel cratere di un imponente vulcano e quello del ghiaccio negli abissi dell'oceano. Tuttavia l'uovo di luce si schiuse prematuramente emanando un forte bagliore nella fossa senza fondo. In quello stesso giorno un gruppetto di quattro ragazzi andò in escursione vicino alla fossa e ad un certo punto vide dal basso sprigionarsi una luce potentissima. I ragazzi, spaventati terribilmente, scapparono. Tutti tranne Priscilla che restò ferma vicino alla fossa per ispezionare al meglio il motivo di questa forte luce improvvisa. La ragazza curiosa di sapere cosa ci fosse lì sotto scivolò piano piano tra i bordi ripidi della fossa. Una volta raggiunto il punto più basso, vide una cucciola di drago che si nascondeva impaurita dietro un enorme guscio. Il suo manto era arricchito da scaglie lucenti, aveva dei dentini sottili e affilati e degli occhi grandi e profondi da cui traspariva la paura che provava verso la ragazza. Priscilla allora cercò di tranquillizzarla dandole delle leggere carezze con la mano sinistra. La cucciola, capendo che la ragazza non era una minaccia, decise di fidarsi di lei ed iniziò a saltellarle dietro seguendola. Appena uscite dalla caverna, situata all'interno della fossa, Priscilla nascose il drago dentro un velo che trovò impigliato tra le rocce. Una volta arrivati a casa corse nella sua stanza e, togliendole il velo, posò la cucciola a terra per cercare di capire quale fosse il suo elemento. La ragazza provò in tutti i modi a farle manifestare il suo potere ma la cucciola sembrò non voler rispondere a comando. Da quel giorno Priscilla trattò la cucciola come un animale domestico, solo perché le voleva troppo bene per trascurarla, come se loro due fossero unite da qualcosa di inspiegabile e profondo. Le diede anche un nome, Kira. Il giorno seguente, non appena si alzò dal letto, vide che Kira non era nella sua stanza, così andò nel panico finché non sentì dei forti rumori provenire dal suo cortile. Era Kira che mandava segnali di luce in cielo formando delle scritte. La ragazza alzò lo sguardo e vide che erano apparse delle frasi che le chiedevano di portare Kira ad un vulcano di nome Kensusci, situato negli abissi dell'oceano. Lei, una ragazza di 14 anni non poteva certo andare in quei luoghi da sola, erano troppo pericolosi! Kira con i fasci di luce le diceva che in quei luoghi c'erano le ultime uova di drago nel mondo. Priscilla doveva assolutamente trovare un modo per portare le uova da lei. La ragazza pensò che dato che l'uovo di Kira si era schiuso allora c’era la possibilità che anche le altre uova si sarebbero aperte. A quel punto Kira con tutte le sue forze sparò in cielo un raggio di luce fortissimo; aveva la forma di un drago luccicante che volava verso il vulcano e l'oceano. Passò un'ora e il drago di luce tornò con due draghetti sopra di lui. La ragazza felice fece correre Kira con i suoi simili. Dopo due settimane di allenamento i draghi erano pronti a volare verso le loro famiglie. Priscilla era triste e Kira voleva restare con lei ma la ragazza, capendo che era il momento di andare, disse addio a Kira stringendola forte al suo petto. La ragazza allora le diede il velo con il quale la avvolse quando, impaurita e indifesa, l’aveva trovata nella grotta. Kira subito dopo si sentì pronta per volare dalla sua famiglia. Da quel giorno Kira conserva gelosamente il velo che gli diede la ragazza.


 


 
Sara
 

C’era una volta, in una caverna senza fondo, una cucciola di drago che dormiva in un sonno profondo. Si chiamava Anna al padre questo nome piaceva perché lei era dolce come la panna. Riposava beatamente quando si svegliò improvvisamente. Sentì come uno sparo, suo padre le disse che era tornato l’ uomo avaro. La cucciola di drago, infastidita d aquesto suo ritorno, chiese al padre di bruciarlo in un forno. Ma il padre le disse: “siamo draghi per bene noi, se te ne vuoi proprio sbarazzare, devi chiedere consigli ai maghi”. Così la piccola volò fino al caminetto del mago Carletto. Il mago sorpreso le chiese: “Anna! Quanto tempo! Oggi sei venuta con tutto questo vento?”. Ho bisogno del tuo aiuto! L’uomo avaro non ha ancora ceduto! Non lo sopporto, vorrei fargli anche io in qualche modo un torto. Speravo che mi potessi aiutare visto che non hai niente da fare” disse Anna. Il mago ci pensò e gli venne un’ idea dopo un po’: “non ci serve la magia, ho ideato un’ infallibile strategia! È attratto dai soldi. Dobbiamo dirgli che in fondo alla grotta  di soldi c’è ne sono secchi colmi! Lui non sa che laa grotta non finirà. Ma talmente è grande la sua passione che non abbandonerà la sua missione!” Anna la trovò un’idea splendida. Risalì dal caminetto del mago Carletto, lo ringraziò e a casa ritornò. Comunicò l’ idea al padre. Il padre approvò e il piano Anna attuò. Convinse l’ uomo  avaro ad andare sul fondo della grotta e gli disse di stare attento a non prendere una botta. L’ uomo senza farselo ripetere due volte iniziò a correre senza neanche prendere qualcosa da bere. Anna, suo padre e la comunità dei draghi poterono da quel giorno in poi affidarsi alle idee dei maghi.


 


 
Roberta Bonati, 12 anni, classe II media, Sezione italiana del Lycée International Saint Germain en Laye

 
Estate sotto terra

Seduto sopra il melo, il ragazzino pensava. Si chiamava Ronald e aveva 12 anni. Era allampanato e aveva degli occhiali spessi e a specchio, rotondi, “come quelli di Harry Potter” commentava sua madre. Aveva i capelli rosso ruggine, ma a lui non piaceva usare l'aggettivo ”rosso”, preferiva che si dicesse “ramato”. Così nessuno lo avrebbe preso in giro chiamandolo ”Pel di carota”. Gli occhi erano di un banale verde-marrone. A Ronald piaceva leggere libri di azione, e aveva sempre la testa tra le nuvole. Forse era per questo che gli piacevano tanto le altezze. Era timido e veniva bullizzato da quasi tutti i suoi compagni, se non ignorato completamente.   

Ronald aspettava. Non sapeva bene chi o che cosa, ma aspettava. L’arrivo di un’avventura forse? Ad ogni modo, sarebbe dovuto scendere dal suo amato albero di lì a poco, visto che era quasi ora di cena. Infatti, dopo qualche minuto…

- Ro-oon! La cena è prontaaaa! - era suo padre.

 Il ragazzino scese con un sospiro dal melo. Oh, quanto odiava quel diminutivo, tratto dalla saga di Harry Potter come anche il suo nome intero. Non lo sentiva suo, come se lo avesse preso in prestito.

A tavola, suo padre lo interpellò:

- E così domani vai alla Baita con il tuo amichetto…

- Sì

- Come si chiama poi? Un nome buffo…

- Trille

- Ah ecco, come la fatina…

- Non TRILLIE o TRILLY, si chiama Trille

- E cosa ci andate a fare, alla Baita?

- Un giro, in bici

-  State attenti, mi raccomando…

A quel punto intervenne la madre, ridendo:

- Ma lascialo respirare, per l’amor del Cielo! Hanno dodici anni, sanno cavarsela!

- Sarà… ma se torna a casa con la testa rotta, io non lo porto all’ospedale.

E così la discussione finì.

Il giorno dopo, puntuale come sempre, Trille si presentò davanti al cancello della casa del suo amico. Trille, un ragazzo abbronzato, biondo e con gli occhi blu, era l’unico amico di Ronald e l’idolo delle ragazze di tutto il paesino. Era alto e muscoloso e aveva sempre caldo (forse perché i suoi erano Norvegesi?). Era sportivo e, a dispetto degli stereotipi, anche il migliore della classe. Non se ne vantava, però, ed era sempre pronto a difendere e ad aiutare gli altri.

- Ciao Ronny! - Esclamò tutto contento quando vide l’amico

- Ciao! Ehy, forte la nuova bici che ti hanno regalato!

Si batterono il cinque e Ronald stava per montare in sella quando, dalla veranda, uscì una bambina di cinque o sei anni, con i capelli di fiamma, che si aggrappò alla gamba del fratello iniziando a strattonarla quasi volesse staccarla:

- Voglio venire pure io! - Strillava - Pure io!

Ronny, imbarazzato, guardò l’amico che gli rispose con un cenno della mano, quasi a voler dire “Lascia fare a me”. E lo fece. Prese in braccio la bambina urlante e la tenne sospesa per le ascelle, guardandola negli occhi. Lei smise di scalciare e il suo volto si adombrò.

- Come ti chiami?

- Ariel

- Non ci credo

- Ti dico di sì

- Vabbè, se vuoi essere chiamata Ariel, ti chiamerò così. Senti, tu non puoi venire con noi oggi, perché tuo fratello e io partiamo per un’avventura. Dobbiamo scoprire se lassù - e indicò la vetta di una montagna - se lassù ci si può abitare o no. Ed è molto pericoloso. Per andarci hanno fatto un concorso di coraggio, e io e tuo fratello abbiamo vinto. Infrangeremmo le regole se venissi anche tu, capito?

Lei annuì, controvoglia.

- Bene, adesso ti metto giù e tu vai a giocare con i tuoi peluches, va bene?

Ronny lo guardava ammirato e un po’ sconcertato: non aveva mai sentito l’amico mentire così. Regolato il problema, i due partirono. Ci misero ore ad arrivare alla baita, per cui ci rimasero male quando, sulla loro roccia del  pic-nic trovarono già qualcuno .

Una ragazzina della loro età con i capelli corti e scuri, vestita con un paio di pantaloncini al ginocchio e una T-shirt blu e rossa, voltava loro le spalle, scrutando l’orizzonte. I ragazzi si avvicinarono.

- Possiamo? - domandò Trille.

Era buffo chiedere se si potevano sedere su una roccia che consideravano come la loro e ben presto si ritrovarono tutti e due a rotolarsi per terra dalle risate. La ragazzina si voltò, stupita, come se li notasse per la prima volta, rivelando un paio di occhi scuri, profondi ed enormi. Contagiata dalle risate, si ritrovò a rotolare anche lei nel prato vicino ai ragazzi. Quando si furono un po’ calmati, si sedettero tutti sulla roccia a gustarsi i panini che si erano portati e a chiacchierare.

- Ma tu chi sei? - Chiese Trille alla ragazzina - Non ti ho mai vista da queste parti.

- Vengo da Londra, ma prima ancora abitavo nel nord Italia. Sono nata lì, e anche i miei genitori. Al momento vivo con la maestra, che si è offerta di ospitarmi finché i miei non compreranno una casa. Sapete, abbiamo già venduto quella di Londra e i miei pensavano di comperare questa. E indicò La Baita.

I ragazzi sgranarono gli occhi.

- Ma come ti chiami? - chiesero all’unisono i tre - E giù di nuovo a ridere.

- Mi chiamo Rona… Ronny.

- E io Trille.

Le labbra della ragazzina si strinsero. I ragazzi capirono che forse avevano toccato il tasto sbagliato.

- Chiamatemi Roby, disse infine lei.

I ragazzi non fecero commenti: come Ronny si era presentato con il suo diminutivo, anche lei poteva benissimo farlo. Ci fu un attimo di silenzio, poi Roby cominciò a raccontare:

- I miei genitori volevano chiamarmi con un nome che avesse come diminutivo Roby. Roberta era il più probabile. Ma mia nonna voleva chiamarmi Berta, mio nonno Betta e via così. Sapete, io di cognome ni chiamo Bertolini… Alla fine, da Roberta si è passati a… promettete di non ridere!  I ragazzi giurarono. Bene, si è passati a Robertina, concluse con un sospiro Roby.

Ronny e Trille  ebbero non poca difficoltà a rispettare il giuramento: Robertina era un nome che non stava proprio bene alla loro nuova amica, figuriamoci Robertina Bertolini. Poi si indignarono: cosa si erano impicciati a fare, i nonni di Roby? E poi, che razza di nome era, Robertina Bertolini? Non avevano saputo trovare niente di meglio?

- Ma cos’è che fissavi, quando siamo arrivati? - Chiese Ronny per togliere la tensione.

- Niente di speciale, solo pensavo che là - e indicò una roccia - che là ci fosse l’ingresso di una grotta sotterranea.

- Be’, a guardare meglio… si potrebbe pensare… andiamo a vedere!

Si alzarono tutti e, correndo, si accalcarono intorno alla roccia. Sotto, c’era davvero un’aperture abbastanza grande perché un ragazzino ci potesse sgusciare dentro .

- Caspita! C’è una grotta lì sotto!

- Prendo la torcia per ispezionare il buco!

Ma la torcia non c’era.

- Devo averla dimenticata a casa!

- Pazienza, tanto non avremmo avuto tempo di esplorarla  a dovere: guardate, il sole sta calando.

Al  che i ragazzi si ricordarono che dovevano essere a casa per l’ora di cena. Si affrettarono quindi a raccogliere le loro cose e a scendere, con Ronny e Trille che portavano le bici a mano.

Lungo il tragitto escogitarono un piano:

- Sentite, chiediamo ai nostri genitori e alla maestra se possiamo fare una gita di due o tre settimane vicino alla Baita; ci portiamo le tende ed esploriamo le grotta. Tanto, ormai siamo grandi, e una vacanza da soli non ci fa male…

Tutti approvarono e approfittarono del resto della camminata per conoscersi meglio. Venne fuori che Roby era figlia unica e che però aveva un gatto, Mao. Ronny raccontò che lui aveva due fratelli maggiori, una sorella maggiore e cinque fratellini minori: due femmine e tre maschi.

- E come si chiamano? - Volle sapere Roby

- Lily, Marcus e Philip che hanno 20, 17 e 15 anni, snocciolò Ronald, poi ci sono io,  Ginevra e  Julian, Anastasia e  George e Dick, di 12, 9, 6 e 4 anni. I gemellini sono pestiferi.

Poi fu il turno di Trille che raccontò di aver avuto un fratello maggiore, André, che però era morto in guerra e del quale conservava un vaghissimo ricordo.

Quella sera, a cena, Ronald ottenne a  fatica il permesso di fare la gita, ma alla fine riuscì a convincere i suoi a lasciarlo andare.

Per Trille fu molto più semplice: gli bastò pronunciare la parola “campeggio” che subito i suoi si dilungarono  in ricordi di scampagnate  e gli accordarono il permesso come se fosse la cosa più naturale del mondo.      

Così l’indomani mattina, si trovarono tutti e tre davanti all’inizio del sentiero che portava alla Baita, con Ronny che quasi era schiacciato dall’enorme zaino gonfio.

- Mio padre ha preparato da mangiare per un reggimento, sbuffò, e poi ho anche coperte e une tenda enorme completa di materassini gonfiabili e fornelletto a gas… per non parlare delle bibite e dei fiammiferi, le batterie della torcia e lo spazzolino da denti…
- Vieni Roby, andiamo a casa e lasciamo lì gli zaini: porta tutto Ronny, rise Trille.
- IO non ho tutta quella roba, solo dei panini che basteranno come massimo per una settimana, una torcia e una coperta.

- Idem

- Ragazzi, potete prendervi qualcosa dal mio zaino, se volete…

Tutti risero e alla fine si suddivisero il peso dello zaino di Ronny, poi si incamminarono.

Lungo il tragitto, i ragazzi ridevano e scherzavano euforici. Dopo tutti i libri di avventure che avevano letto, ecco finalmente che ne capitava una anche a loro.

Arrivati alla Baita, Trille propose di andare subito nella grotta, ma gli altri due gli fecero notare che non era il caso di scendere laggiù nella notte e senza aver mangiato niente. Così decisero di piantare la tenda e di rifocillarsi prima di coricarsi ed accumulare energie per l’esplorazione del giorno successivo.

- Però non so voi, ma a me non piace tanto l’idea di accamparmi vicino a una casa… è come dormire in un sacco a pelo nella stanza dove c’è un letto… - osservò Roby.

- Hai ragione, concordò Ronny, cerchiamo una radura non troppo lontana da qui.

Così i ragazzi lasciarono il sentiero per addentrarsi nel bosco. Dopo pochi minuti di cammino, si imbatterono nel paradiso: il bosco finiva all’improvviso in uno spiazzo di erba morbida, verde e profumata, punteggiata da rocce bianche e chiazze d’edera. Nel mezzo, scintillante e limpido, scorreva un torrente dall’argine di pietra che si allargava in un punto ed era  contornato da una striscia di sabbia da un lato e da scogli bianchi dall’altro. Sembrava abbastanza profondo per farci il bagno. Accanto al ruscello, sull’altra riva, cresceva un arbusto che si sporgeva sull’acqua creando una grotta verde sulla superficie gorgogliante del fiumiciattolo. Come in trance, i ragazzi posarono gli zaini e si avvicinarono al nastro argentato e puro.

- Non so voi, ma io resto qui…

Poi si riscossero: quel posto era fantastico, ma c’era del lavoro da fare. In quattro e quattr’otto, Roby montò la tenda che Trille non era riuscito neanche ad aprire, Ronny raccolse delle pietre e dei legnetti per fare un falò e Trille estrasse dagli zaini le altre cose utili e necessarie. Poi si prepararono i letti con dell’edera mettendo sopra una coperta sottile di protezione e delle coperte più spesse per coprirsi. Inoltre montarono il tavolino e le sedie del papà di Ronny, ma lasciarono nello zaino la cucina portatile completa di forno e frigorifero.

Si sedettero infine stanchi e soddisfatti intorno al fuoco e aprirono le scatole e i sacchetti contenenti il cibo.

- Mmmmh, panini e rouleaux al formaggio, al prosciutto e al tonno!

- Torta salata alla carne, crostata al formaggio, sfoglia all’uovo e pancetta?! Ma quante persone pensano che debbano  mangiare, i tuoi?

- Ve l’ho detto che hanno preparato da mangiare per un reggimento… sarà che sono abituati a sfamare tante persone…

- Cavoli! C’è anche un’insalata di riso, della pasta fredda e dei peperoni ripieni!

- E degli hamburger, con salsa piccante e salsa barbecue

- E piadine, tacos e pizza, focacce e pasta al ragù!

- Cosa attacchiamo per primo?

Alla fine decisero di mangiare la pasta al ragù con una mela per dessert. Terminato il pasto, si sdraiarono sotto le stelle, sazi. Poi entrarono nella tenda e si addormentarono.

L’indomani mattina, alle cinque in punto, tutti i ragazzi si svegliarono. Visto che nessuno riusciva a riaddormentarsi, si alzarono e fecero il bagno nel torrente. Si schizzarono e si divertirono molto, ma poi dovettero uscire dall’acqua perché avevano freddo. Fecero colazione con delle brioches al cioccolato della maestra e una cioccolata calda fatta sul fuoco e poi decisero che era il momento di scendere nella grotta.

- Ci servirà una corda

- Anche due

- E del cibo

- Dell’acqua

- E anche un paio di torce

- È tutto pronto? Bene, andiamo!

E si avviarono verso la grotta. Arrivati all’apertura, Trille volle scendere per primo, ma Roby gli strappò la corda di mano dicendo che era stata una sua scoperta e che quindi doveva scendere prima.

- È tutto buio! Lanciatemi giù una torcia accesa… Caspita! È proprio una grotta! Venite!

-Ecco!

- Wow!!

E l’eco amplificò l’esclamazione di Ronny in modo sinistro.

Il ragazzino rabbrividì. La grotta continuava a destra, mentre a sinistra c’era una parete di terra.  

Chiunque avesse scavato quella grotta, doveva averlo fatto per un motivo preciso. Dovevano scoprirlo!

- Forse è un passaggio segreto!

- O forse è il covo di qualche brigante!

- E se trovassimo dell’oro?

- Sarebbe fantastico!

- È già fantastico!

- Dai, andiamo!

E si incamminarono. Di tanto in tanto c’erano dei bivi e allora andavano sempre a destra per potersi ricordare da che parte andare al ritorno.

Ma dopo ore di cammino, quando avevano già mangiato tutte le provviste e il loro entusiasmo era smorzato, i ragazzi decisero che non era il caso di continuare;

- Torniamo alla tenda, vi prego! - Ansimava Ronny da più di un’ora. Questa volta, però, gli altri due annuirono, stanchi.

- Che delusione, però!

- Già, si direbbe che sia una grotta senza fondo…

- Torniamo

- Sì…

E così si voltarono e proseguirono nel senso inverso.

- Ormai saranno le dieci di sera, sono stanco e ho fame, piagnucolava Ronny.

- E piantala!

Quando aveva fame, Trille poteva diventare aggressivo.

- Piantala tu!

Non litigate, non avete più 5 anni! Sbottò Roby, che era stata zitta per tutto quel tempo.

Anche lei era stanca e affamata, ed era anche molto seccata: aveva scoperto una grotta proprio inutile! Era anche preoccupata: e se le torce avessero smesso di funzionare? E se avessero sbagliato strada? Una marea di domande una più angosciante delle altre le si affollavano in testa. Avrebbe tanto voluto dare sfogo alle sue ansie, ma non le sembrava il caso: c’erano già i ragazzi che facevano i pappamolla, ci voleva pur qualcuno che tenesse in mano la situazione e che avesse un po’ di senno! Però le davano proprio sui nervi, i due piagnucoloni!  

Ma poi tutti iniziarono a sentirsi meglio: riconoscevano le pareti, meno umide e con più crepe,  Roby affermò perfino di aver riconosciuto un buco a forma di banana, cosa che li fece ridere tutti. Rincuorati, i ragazzi passarono l’ultimo bivio correndo. Tutt’a un tratto, Trille si arrestò:

- Stoop! Qui c’è la parete! Il buco dovrebbe essere sopra di noi!

- Cavoli! Fa talmente buio che non si vene neppure il cielo!

- Arrampichiamoci su!

- Ma dov’è la corda? Non l’avevamo lasciata appesa?

In effetti la corda che i ragazzi avevano usato per calarsi nella grotta era sparita…

- Adesso lancio la corda che  non abbiamo ancora usato…

- Aspetta, usa un rampino…

- Hai pure i rampini?!

Beh, almeno tornano utili…

Roby lanciò il rampino, ma questo cozzò contro qualcosa di duro e rimbalzò giù.

- Qualcuno ha chiuso l’entrata della grotta con dei massi!

- Credi che siano dei banditi?

Ronny era terrorizzato. Perché l’ingresso era chiuso? Chi lo aveva chiuso? Certo qualcuno che sapeva che loro erano giù e che li voleva tener prigionieri. Oppure il contrario. Poteva benissimo essere stato un turista che aveva chiuso l’entrata per paura che qualcuno ci cadesse dentro…  I due ragazzi avevano ricominciato a litigare. Roby pensò in fretta.

- Si potrebbe… esordì - I ragazzi si zittirono a metà di un insulto - Si potrebbe cercare di aggirare la pietra…

- Impossibile!

- E come?

- Ascoltate: la parete è di roccia, e noi sappiamo che la pietra che ci sta quasi sopra è larga più o meno un metro, giusto?

- Emmh…

- Se te ne sei accorta tu…

- Siete insopportabili, a volte! Dunque, calcolando che adesso siamo più o meno a tre metri sotto terra e che se scaviamo quasi a metà della roccia, dobbiamo calcolare che dobbiamo scavare di 50 cm a destra e 3 m in alto. Quindi, facendo un rapido calcolo… - Qui Roby si fermò a pensare - quindi dobbiamo scavare un passaggio di 35°! - Esclamò infine. Poi, dando un’occhiata agli amici disse:  - C’è qualcosa che non va?

- No, è solo che pensavo che se mai verrai a scuola con noi, Trille avrà una degna avversaria…

- Sciocchi! Pensate a lavorare!

- Noi?!

- Beh, sì, io sono la mente e voi le braccia, no?

- Ah ah ah , diverteeente.

E i tre si misero al lavoro. I calcoli di Roby erano giusti. Se avessero infatti scavato una galleria meno in pendenza, avrebbero finito dopo ore. Invece, scavando un passaggio ripidissimo, i tre finirono in quarantacinque minuti. Che fatica però!

A mano a mano che si approssimavano alla superficie, dei rumori si avvicinavano, fino a diventare delle voci sommesse, poi sempre più chiare. Erano voci d’uomini, probabilmente due, che sembrava bivaccassero intorno a un fuoco nelle vicinane. I tre riuscivano a sentirne il crepitio.

- Quanto manca, genia? - Domandò Ronny col fiatone.

- A occhio e croce tre centimetri, rispose lei

- Ottimo!

- Shhht! Ascoltiamo cosa dicono!

Dall’altro lato della crosta di terra che li separava dalla superficie, le voci si sentivano ormai parola per parola.

- Ehi John! Passami il vino!

- No Tom, finiresti per ubriacarti!

- E dai, cosa siamo venuti qui a fare, divertiamoci!

- No! Sono io il capo, ricordi? Sono io che ho scoperto la mappa!

I ragazzi sussultarono: una mappa, proprio come in un romanzo!

- Conoscete qualche John o Tom? Domandò Roby.

- No, io conosco tutti in paese, ma c’è solo un nostro compagno di classe che si chiama Tom, che non beve e che ha la voce stridula - rispose Trillle.

Era preoccupato: tempo prima, aveva sentito nominare una mappa che indicava dove fosse nascosto il tesoro del milionario Philip Frederic Thomas Winston, morto anni prima lasciando un’eredità immensa a chi l’avrebbe trovata. Un vecchio squinternato, del quale non era certa neppure l’esistenza. Eppure i due avevano parlato di mappe. Che fosse quella che tutti credevano una leggenda? Trille lesse nello sguardo di Ronny la stessa inquietudine, e decise che era il caso di condividerla con Roby, casomai lei fosse stata al corrente di un qualche pezzo di una qualche storia per completare l’enigma. 

- Roby…

- Eh?

E Trille raccontò le sue paure. Roby ci pensò su e poi disse:

- Sentite, io non so niente di questa storia, ma è evidente che stiamo per finire in un’avventura. Ora sta a noi decidere: o aspettiamo che quei due si addormentino e poi frughiamo tra le loro cose, o saltiamo fuori sfruttando l’effetto a sorpresa, li aggrediamo e ci facciamo dire tutto. Personalmente non credo che la seconda idea sia la migliore: non sappiamo se i tipi sono armati, ma di sicuro sono adulti e potrebbero essere pure adulti massicci, quindi io aspetterei.

- Ottima idea - approvò Ronny, che amava molto di più le avventure vissute in terza persona, piuttosto che quelle che lo riguardavano direttamente. Quanto avrebbe voluto essere rimasto nella sua affollatissima casa, al sicuro e al caldo!

E così aspettarono. Quando alla fine le voci furono sostituite da un russare sonoro e potente, i ragazzi uscirono all’aria aperta, respirando a pieni polmoni l’aria fresca della notte.

- Forza!  Sussurrò  Roby, perquisiamo i loro bagagli, ma fate silenzio!

- Sì…

Gli uomini erano proprio brutti: uno dei due, il più grosso, aveva barba e capelli ispidi e neri, un nasone arrossato e occhietti porcini e cisposi. Puzzava. L’altro era magro e secco, con un sacco di brufoli pieni di pus, un naso arcuato e appuntito e dei capelli unti e grigi, ma che un tempo dovevano essere stati biondi. I ragazzi storsero il naso, poi si misero al lavoro. Perquisirono ogni tasca degli zaini, gli involucri e persino le calze che indossavano i due omaccioni. Ma niente. Per cui si ritirarono nella tenda, stanchi.

- Per fortuna non si sono svegliati!

- E per fortuna la tenda è ben nascosta dalla vegetazione!

- Di’ un po’, ma tu usi sempre termini scientifici?

- La tenda è mimetica…

- Ma è enorme!

Buonanotte…

E i tre dormirono fino al giorno dopo.

Quanto ai due ceffi, il loro risveglio fu causato da una pioggerellina fitta fitta, insistente.

- Mannaggia a te, che non hai voluto portare una tenda!

- Senti chi parla! La baita è aperta, ma il Signor-non-voglio-attirare-l’attenzione non ha voluto entrarci! Certo, perché nel giardino della baita, di fianco al sentiero, l’attenzione non si attira!

- Se tu avessi portato una tenda!

- Cosa! Adesso la colpa è mia?!

E i due,  pur di non dare ragione all’altro, restarono lì a bagnarsi.

- Almeno controlla che la mappa sia al sicuro!

- Ok, ma il vecchio Winston sa come fare le cose: la pergamena è stata cerata dopo che l’inchiostro si era asciugato, a me mi sa che è al sicuro dalla pioggia.

- Sgrammaticato! Non si dice “a me mi”, ma però per questa volta ti perdono. Ora esegui l’ordine, quante volte devo ricordarti che sono io il capo?!

Tom frugò nelle coperte nelle quali dormivano e tra le quali i ragazzi non avevano osato guardare.

- Ehi John, c’hai tu la mappa?

- Ma cosa ti salta in mente? Certo che no!

- Che strano! Eppure non la trovo…

- Idiota! Adesso la trovo io!

I due uomini si misero a frugare tra le coperte fradice, ma non trovarono niente. iniziavano a inquietarsi.

- Qualcuno è stato qui! Te l’avevo detto di non ubriacarti, vecchio sudicione, ma te niente, e adesso guarda che disastro! Non ti sei svegliato nemmeno quando ti hanno alzato la testa per prendere la mappa!

- Se tu eri così sobrio, perché non ti sei svegliato, te?

- Non si dice “te”, si dice “tu”!

- Anche te l’hai detto!

- Silenzio! Sto pensando! - E John si mise a riflettere:

-  Se della gente è stata qui, deve averlo fatto dopo che ci siamo addormentati, ma prima che iniziasse a piovere, perché sennò verremmo le orme.

- Vedremmo…

- Zitto! Quindi la gente è stata qui tra l’una e le sei di mattina… Ma noi ci siamo addormentati profondamente alle due, quindi sono venti tra le due e le cinque e mezza, perché noi ci siamo svegliati alle sei, quando già il ladro doveva essere andato via da un pezzo…

- Però sembravi scemo, invece…

- Cretino! Non vedi che ormai il ladro sarà lontano! Ed è tutta colpa tua!

Intanto i ragazzi, svegliati dalle grida precedenti, avevano origliato tutto.

- Quindi la mappa esiste davvero!

- E quei due ceffi l’hanno trovata!

- E adesso qualcuno l’ha presa!

- Aspettate! Ronny guardava i suoi amici con gli occhi che brillavano. Ieri notte, quando ho alzato la gamba di quel tipo, Tom, ho trovato tra le coperte una busta. Soprappensiero, l’ho presa. E se contenesse la mappa o un indizio?

- Perché non l’hai detto subito!? Voi maschi non vi capirò mai!

- Dai, aprila!

Ronny prese una busta, normalissima se non  per il fatto che non c’era né mittente né francobollo. Ronny l’aprì con le mani che gli tremavano. Una pergamena cadde dalla busta. Evviva! L’avevano trovata! Sempre con mani tremanti, Ronny raccolse il foglio cerato e lo aprì. Sopra c’erano dei tratti di inchiostro nero e uno rosso, che segnava probabilmente il percorso da seguire. Ronny stava per ripiegarla, sconsolato: non ci capiva niente.

- Aspetta!  - Urlò Roby - Quella sembra la mappa della grotta!

- È vero! Hai ragione!

- Caspita, che avventura!

- Guardate: in questo quadrato in alto a destra ci sono le indicazioni per trovare l’entrata: questo rettangolo  è la baita, questo cerchio è la roccia del pic-nic e quel triangolo è la roccia che nasconde il buco dell’entrata! È cerchiato in rosso!

- Wow! Con questa potremmo orientarci benissimo nel cunicolo!

- Guarda! Alla fine del tratto rosso la caverna si allarga e c’è una X!

- Già, è vero!

Estasiati, i ragazzi non si erano accorti che nella busta era rimasto un foglio. Quando se ne accorsero, capirono che era una lettera. Trille la lesse ad alta voce:

Cari Tom e John,

spero che voi stiate bene. Sarete contenti di sapere che sono riuscita a trovare la mappa nella casa di un antiquariato, a Cardiff. Purtroppo non posso venire con voi, perché mi sono presa in casa una ragazzina londinese, una nuova alunna ( Ronny e  Trille  guardarono Roby, allarmati. Lei era impallidita.) Spero che la mappa vi tornerà utile.

Vostra,

Hanna

- Non è possibile! La maestra, la signorina Lockmeen, non farebbe mai una cosa del genere.

- Ecco perché non voleva mandarmi a fare questa gita!

- Ma come facciamo ad andare nella grotta e a trovare il tesoro?

- Non lo so, per ora restiamo qu